«Da novembre fino a quando è stato ucciso ogni volta che ci incontravamo ogni discorso che facevamo era sempre su questo Luca “Corvetto” o Luca “Martello”. Mio cugino aveva paura perché vedeva l'ossessione che aveva questo Luca su di lui. Anche quando finiva il lavoro andava a casa e tornava, anche la notte tardi per i fatti suoi, da solo».

È la testimonianza, raccolta dal TG3, di Morad, cugino di Abderrahim Mansouri, ucciso il 26 gennaio dall'assistente capo di Polizia Carmelo Cinturrino, ora in carcere.

«Entrava alla mattina col 'figlio di Luca', il suo collega, il suo braccio destro, che faceva tutto quello che voleva lui», racconta ancora.

Entravano «la mattina presto, col martello minacciava tutti: "Datemi tutto quello che avete o vi colpisco". Ha picchiato un ucraino in sedia rotelle e prendeva tutto quello che c'era: soldi, cocaina ed eroina. Ma l'eroina non la portava via, la distribuiva agli altri tossici per farli stare zitti. Ogni giorno a mio cugino chiedeva 200 euro al giorno e 5 grammi di cocaina. “Se vuoi stare qui a lavorare questo devi darmi” oppure “lavori sotto di me, io ti procuro le sostanze e tu le vendi”. Voleva appropriarsi di quella zona lì per poter mettere i suoi spacciatori italiani lì, non in palazzina al Corvetto ma a Rogoredo perché c'era più via vai. Diceva: “Io ti toglierò da qua in ogni modo. Io prima o poi ti ammazzo”.

Morad chiede «giustizia. Che vengano arrestati tutti quanti, anche i complici che erano lì. Perché non l'hanno fermato sul momento? Dovevano fermarlo, arrestarlo, sono poliziotti». 

(Unioneonline)

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