Dalle anguille alle pattane di automobili. Nel fiume che attraversa alcune aree, in Regione Pischina a Sassari, è sparita da tempo la fauna ittica, sostituita dal degrado e dai rifiuti. Come denuncia la famiglia Canu, proprietaria di diversi terreni, invitando ad annusare la puzza che emana dal corso d’acqua. «Questi sono reflui fognari sversati altrove e che finiscono qui», riferisce Gianuario Canu, uno dei possidenti.

E se, complice la siccità degli ultimi mesi, il fiume avanza adesso con lentezza, in caso di forti piogge il moto prende tutt’altra intensità. «L’acqua arriva molto veloce, a 100 kmh, ed esonda allagando il terreno con il rischio che deteriori e faccia crollare il ponte di collegamento tra i terreni». Un problema di sicurezza in primis insieme alle conseguenze di quell’acqua che ha provocato diversi danni, una volta assorbita dalla terra. «Per colpa del suo inquinamento si sono seccati gli alberi di ciliegie e albicocche, di aranci e mandarini, i mandorli. Tutti morti».

Risalgono a due anni fa le pulizie di questo tratto fatte dal Comune mentre, nell’ultimo periodo, Gianuario ha sollecitato più volte un intervento. Anche perché si tratta di un’area dalla storia importante per la città. «Qui sono nati gli orti di Sassari. A fine ‘800 i legumi e i fagiolini coltivati venivano dati in ospedale». Alimentati da un fiume di sorgente che dall’Eba Giara, scendendo nella Valle del Rosello e attraversando tutta la piana, raggiunge Santa Maria di Pisa e Sant’Orsola per poi ricongiungersi con il Rio Mannu che sfocia in mare a Porto Torres.

E mentre il Comune agisce per contenere il rischio idrogeologico, tra il Fosso della Noce, via Sorso e viale Sicilia, resta da capire che destino avrà questo corso d’acqua. Intanto si assiste all’evidenza dell’incuria messa in rilievo dai Canu, le cui terre sono l’anello di una catena fluviale fondamentale per la città. Dove però l’oro bianco, pulito, arriva a singhiozzo. «Ci costringono a tenere un terreno agricolo e poi non abbiamo acqua per coltivare ciò che rimasto», conclude con amarezza Canu. Da quell’altra acqua, a quanto sembra, non può nascere e crescere nulla.

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