Cronaca di un’odissea: «Ma il principio di insularità non è in Costituzione?»
Ore di ritardi da Milano a Cagliari e una spiegazione inutile: «Ritardato arrivo dell’aeromobile precedente». Già, ma per colpa di chi?Per restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Come tanti passeggeri in questi giorni sto sperimentando quanto il principio di insularità sia sí entrato in Costituzione, grazie, bellissimo, ma nella vita vera, a oggi, manco l’ombra. Qualche esempio.
Volo Aeroitalia del 29 giugno, Cagliari - Milano Linate, ore 15. È partito alle 17:30.
Volo Aeroitalia del 1 luglio, Milano Linate – Cagliari, ore 21:30. È partito alle 00:30 e atterrato all’1:44, ma lo steward ha detto che era l’1.55.
Però a differenza della prima catastrofe, con la seconda ci hanno regalato il “refreshment voucher”, 7 euro da spendere nell’unico bar aperto dell’aeroporto alle 23 (e comunque i panini partivano da 8,40 euro). Pensavo che qualcuno avrebbe trovato delle uova, da tirare. O se le sarebbe create sul momento, la forza della disperazione. Invece no: passeggeri ordinati, in fila, a ricevere come l’ostia in Chiesa, ma era elemosina aerea. Passeggeri educati, silenziosi, di nuovo in fila, per consumare l’elemosina di compagnia.
Il 29 a Milano era arrivata la grandine. Si pensava che il problema fosse quello. Il 1 luglio però non grandinava. Le cavallette? Nemmeno. Magari starà grandinando a Cagliari, ci si chiedeva in aeroporto a Linate.
Il 29 era comunque iniziata malissimo, avevo avuto l’ultima fila e pure il posto a panino, lo chiamo io, cioè quello in mezzo a due poltrone. Il 33E. Il più sfigato di tutto l’aereo. Avrei dovuto capirlo dalla carta di imbarco col numero di posto, che gli astri non erano favorevoli.
Alla mia destra una signora minuta, mora, che non riusciva a allacciarsi la cintura ma stringeva la borsa bianca come se fosse l’ultima cosa in terra che possedeva. Dopo minuti buoni di tentativi ha chiesto aiuto allo steward, ma io ero più vicina, la ho aiutata. «Ma cosa hanno detto? Che partiamo verso le 5?». «Signora mia, sono le 5:10, ancora nemmeno rulla».
Il mio vicino di sinistra invece era un signore sui 45, brizzolato, scattante, sportivo. Nervosissimo. Aveva un appuntamento a Milano, come me, saltato. «Questi non hanno aerei e vincono la continuità! Ma ci rendiamo conto?». Stavo per dirgli che pensavo fosse colpa della grandine a Milano, ma sono rimasta zitta, non era il momento dell’antitesi.
Però ci schedano, fronte e volta, telefono mail codici fiscali nazionalità genere - ma che gli frega del genere, per imbarcare qualcuno su un aereo? Ci faranno sopra statistiche?
Però due ore e mezzo di ritardo, con la solita motivazione inutile: «Ritardato arrivo dell’aeromobile precedente» - e cosa vuol dire, che non è colpa tua ma di quello che doveva arrivare prima? Ma non siete della stessa compagnia? Insomma due ore e mezza o tre di ritardo non sono motivo sufficiente per mettere un chat bot anche basico a inviare mail a raffica avvisandoti per tempo, lasciandoti due ore in più a casa a cenare in pace, o riposare, o cambiare un pannolino nel pulito - una bimba è stata cambiata in piedi in mezzo alla sala dell’aeroporto, piangeva come una pazza, la mamma diceva al papà di andare a cercare il ciuccio viola, il papà andava a cercarlo e ovviamente non lo trovava, ma ti ho detto nella tasca a sinistra, ma se ti ho detto che non c’è.
Ho pure perso su quel volo sfigato del 29 giugno la sciarpa fucsia che mi riparava dall’aria condizionata selvaggia, enorme, morbida, bellissima. Sono andata al lost and found e mi hanno detto che a Milano non la avevano trovata, di scrivere alla compagnia. Alla compagnia. Al lost and found della compagnia. Avrei dovuto scrivere al lost and found della compagnia aerea senza aerei? Ma davvero? Arrivati a Cagliari, candidata destinazione turistica di livello, non ci sono taxi. Altra fila, altra corsa.
