Cervelli in fuga, la Sardegna perde mille laureati (e 177 milioni di euro) all’anno
Il risultato è che tra i 25-34enni che vivono nell’Isola solo un quarto ha la laurea, contro una media europea del 44%. Meno competenze, stipendi più bassi e meno contributi per pagare le pensioni dei tanti anziani(Ansa)
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Negli ultimi sette anni la Sardegna ha perso 6.900 laureati: quasi mille all’anno. Giovani che hanno frequentato le scuole primarie, le secondarie e l’università nell’Isola e che poi, per prendere la laurea magistrale o per lavorare, sono andati via. Il dato è contenuto nello studio che la Cisl presenterà mercoledì prossimo a Cagliari, dedicato al valore del lavoro.
L’Ocse, nello studio “Education at a glance”, calcola che formare un laureato (con la specialistica) costa circa 210mila dollari Ppa. L’unità di misura virtuale tiene conto della parità del potere d’acquisto e tradurla in euro non è corretto, ma facendolo si arriva a circa 180mila euro, cifra che non stupisce il segretario regionale della Cisl Pier Luigi Ledda: «In mezzo – rimarca – ci sono gli investimenti pubblici, le spese delle famiglie, le tasse universitarie e anche i mancati guadagni di chi, diplomato, anziché lavorare e percepire una retribuzione, studia».
Moltiplicando 180mila euro per i 986 laureati che la Sardegna perde ogni anno si arriva a un danno economico di 177 milioni e mezzo di euro all’anno. Ai quali, spiega Mariano Porcu, docente di statistica sociale all’università di Cagliari, si deve aggiungere la perdita di competenze di cui il sistema produttivo sardo avrebbe bisogno come il pane.
Competenze sbilanciate
«A lasciare l’Isola sono soprattutto laureati nelle cosiddette discipline Stem, quelle scientifico-tecnologiche, cioè proprio i tipi di laurea per cui serve più impegno da parte degli studenti e per cui la società spende di più perché necessitano di laboratori e altre strutture», spiega il docente.
Contributi mancati
Il risultato? Fra i 25-34enni che vivono nell’Isola solo il 25% ha la laurea, contro una media europea del 44%. È un altro danno: lavoratori meno specializzati trovano di solito impieghi peggio retribuiti, e che generano un gettito contributivo scarso, mentre l’Isola, con una popolazione sempre più anziana e sempre più in larga parte dipendente dalle pensioni, ha bisogno di lavoratori che versino tanti contributi. Invece, ricorda Ledda, «si ritrova con tanti giovani Neet, che non studiano né lavorano».
Marco Noce
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