Charles Pfizer e Charles Erhart, uno chimico e l'altro pasticciere, intraprendenti cugini tedeschi immigrati in America nella prima parte dell'800, non hanno mai vinto il Nobel per la medicina. E mai avrebbero pensato che la farmacia prima artigianale e poi industriale che insediarono con il loro nome nei sobborghi di New York avrebbe un giorno fatto sussultare le borse di mezzo mondo e miliardi di persone in attesa del vaccino per sconfiggere la peste del terzo millennio. Il curriculum delle intuizioni è talmente pesante che gli addetti ai lavori sapevano che prima o poi ci sarebbero arrivati. La filosofia dei due, però, è sempre stata quella di arrivare per primi. Pfizer non ci mise molto a mettere in macchina la produzione industriale, dalla vitamina C sino alla penicillina di cui divenne il primo produttore a livello mondiale. In realtà la fortuna ultima e più cospicua la mise a segno con la famosa pillola blu, quella del Viagra. Sino ai giorni scorsi. Con un annuncio a bruciapelo, senza alcun preavviso, l'amministratore delegato della Pfizer, insieme alla consociata tedesca Biontech, ha comunicato che il vaccino per il Coronavirus era pronto. Borse alle stelle in tutto il mondo e il titolo della società schizzato in cielo. La produzione era talmente pronta che Albert Bourla, numero uno dell'azienda americana, si è preso il sicuro anche in Borsa vendendo, il giorno dell'annuncio, il 62% delle sue azioni della società.

Borsa & gattabuia

Tutto anticipatamente comunicato a Wall Street. Tutto legale, visto che negli Stati Uniti se fai comunicazioni false alla Borsa finisci senza fiatare in gattabuia. Non si sono dilungati troppo sulle formule, hanno comunicato al mondo che l'efficacia del vaccino antiCovid aveva effetto positivo sul 90% dei soggetti testati. Ci ha pensato il Fauci d'America, l'irrequieto e temutissimo responsabile della salute pubblica per la Casa Bianca, ad avallare l'annuncio: siamo alla svolta - ha dichiarato l'unico in grado di schiaffeggiare in pubblica piazza la varecchina di Trump come cura per il Covid. A differenza delle altre intraprese mondiali sul vaccino, questa appena sbandierata negli States ha messo in moto il mondo intero per accaparrarsi, come se non ci fosse un domani, il maggior numero di dosi. L'Europa sanitaria non ha perso tempo. Ursula Von der Leyen, la donna d'Europa, ha convocato le parti, sospinta dall'appartenenza tedesca, ha di punto in bianco ordinato subito 300 milioni di dosi. Non è la prima volta che Bruxelles si lancia in acquisti-opzione alla ricerca di quella lucina in fondo al tunnel. Il primo contratto dei sei già sottoscritti dall'Europa era stato quello con Astra Zeneca, sostenuta da Olanda, Germania e Francia con stabilimento a Pomezia, vicino Roma. In questo caso opzionati 400 milioni di dosi, 70 milioni per la sola Italia. La spasmodica ricerca di una soluzione non lascia spazio a corsie preferenziali. Chi prima arriva fa il colpaccio. E i signori della Pfizer lo sanno bene visto che, insieme al vaccino, stanno mettendo appunto un piano per la distribuzione delle dosi per poter arrivare subito e dappertutto. Partita non semplice visto che il vaccino messo a punto dalla compagine americano-tedesca ha un grande limite: deve essere trasportato e distribuito a temperature glaciali, sino alla somministrazione. Per glaciali si intende il Polo Nord. Roba da Ojmjakon, il piccolo paesino nell'emisfero più freddo del mondo. Nella piazza centrale nel gennaio del 1924 fu raggiunta la temperatura 71,2 gradi centigradi sotto lo zero.

Non basta il Polo Nord

Per il vaccino della Pfizer non sarebbero sufficienti. Le fiale delle dosi devono stare ad una temperatura tra i 75/80 gradi sotto zero. Una botta da orbi che sta facendo interrogare il mondo intero, visto che in pochi, o pochissimi, sono pronti a gestire una catena del freddo, o meglio del ghiaccio antartico, così imponente. E non ci sono alternative: il modello di vaccino è condizionato dall'instabilità termica della molecola di Rna, quella per intenderci che può fornire la carta d'identità genetica delle proteine del corpo umano, comprese le istruzioni per circondare e distruggere strutturalmente il virus. Dunque, serve freddo, ghiaccio da far tremare le profondità del Polo Nord. Alle difficoltà delle temperature estreme si aggiunge un ulteriore aggravio: il vaccino della compagine guidata dagli americani prevede un doppio passaggio, ovvero, non servirà solo una fiala ma due, con il richiamo vaccinale previsto a 21 giorni di distanza dal primo. Ora la sfida globale è quella della catena del freddo, dai due centri mondiali di smistamento, uno in Michigan negli Usa e l'altro in Belgio, al mondo intero, Sardegna compresa. Dall'annuncio del vaccino è scattata la macchina mondiale della logistica. Aerei, camion e valigie-freezer che la Pfizer vuole mettere in campo per fronteggiare questa emergenza globale. Il colosso americano del viagra, ora destinato a diventare l'antiCovid per eccellenza, secondo i rumors americani, sta pianificando 20 voli al giorno affidati ai colossi della logistica mondiale dalla FedEx a Ups, sino alla Dhl.

Viaggi di ghiaccio

Volo in aereo, camion refrigeranti e poi valigie refrigerate dimensioni da trolley capaci di mantenere costanti i meno 80 gradi per dieci giorni con una capacità per ognuna tra le mille e 5mila dosi. Ognuno di questi contenitori dovrà essere dotato di gps e termometro per il monitoraggio. Se la temperatura sale scatta l'allarme e il contenuto è destinato alla distruzione. A quel punto, però, si pone il tema dello stoccaggio nei singoli Stati e soprattutto nelle singole regioni. Se il riparto di questi primi vaccini dovesse essere confermato, delle trecento milioni di dosi che dovrebbero arrivare in Europa, prime consegne previste a metà gennaio, all'Italia ne dovrebbero spettare 27 milioni. La Sardegna potrebbe disporre, proporzionalmente, di 742.500 dosi, anche se il parametro anzianità, superiore rispetto ad altre regioni, potrebbe far salire il numero. Uno studio della tedesca DHL ha messo nero su bianco un quadro esatto della logistica e degli strumenti per governare la catena del freddo. La conclusione è agghiacciante: due terzi della popolazione mondiale rischia di restare esclusa. In Italia il governo ha annunciato, ma ancora non lo ha fatto, un tavolo nazionale della logistica per realizzare una catena del freddo in grado di fronteggiare l'ennesima emergenza, quella della vaccinazione.

Non è un'influenza

Nell'Isola dei Nuraghi, invece, della catena del freddo non si ha traccia. I medici di base, da Olbia a Cagliari, passando per Nuoro e Oristano, continuano ad andare nelle farmacie centralizzate delle Asl con la loro borsa frigo, piena di ghiaccio, e caricare le dosi ordinate da riporre, poi, nel frigorifero da 4/5 gradi sottozero nei personali ambulatori dove somministrano i vaccini antinfluenzali. Quest'anno sono stati il doppio dello scorso anno, con 500 mila dosi per la fascia d'età dai tre anni in su, 20 mila dosi per i soggetti immunodepressi e 10.000 per i bambini sotto i tre anni. Il vaccino antiCovid è, però, tutta un'altra storia. Tutto ancora da pianificare, senza perdere un solo giorno. La Pfizer ha già messo in allarme una ditta di Nusco, la città di Ciriaco De Mita, delegata alla produzione di congelatori. Si tratta, ovviamente, di una ditta americana che nello stabilimento campano ha definito un super frigorifero capace di congelare al Polo Nord. In Sardegna, secondo una proiezione tecnica, di questi iceberg da vaccini ne servirebbero non meno di cento. Ma già si rischia il tutto esaurito. Per intravvedere una flebile luce in fondo al tunnel del virus nella terra del sole manca la catena del freddo.

Mauro Pili
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