Il suo nome mai come ora gli è utile per essere evocativo: patron Giulini, Tommaso all’anagrafe come il Santo, adesso ha bisogno di prove certe sullo stadio di Cagliari. «Sono dieci anni che azzardo tempistiche e puntualmente non si realizzano», si era lamentato il 28 maggio a Radiolina, prima uscita pubblica di una serie in cui era andato all’attacco. Della «burocrazia» prima di tutto: «Va semplificata», incalzava lui, più incline, per cifra stilistica, a non superare mai la metà campo avversaria. Ma oggi come un mese fa il presidente rossoblù aspetta che la partita del nuovo Sant’Elia «si chiuda intanto in Consiglio comunale». Perché a cascata, una volta che l’Aula voterà l’interesse pubblico dell’opera e la concessione del diritto di superficie, potrà essere pubblicata la gara internazionale.

La blindatura

Giulini, su tutto, è depositario dell’assetto societario. Questo sì, un segreto per i più. Nessuno conosce la composizione della futura NewCo che per cinquant’anni si intesterà la concessione del nuovo Sant’Elia. Adesso ci sono dentro il Cagliari calcio e la Costim Re, la srl dello sviluppo immobiliare che nell’operazione è il partner industriale di Giulini. L’unico (per ora) dichiarato. Soci, entrambi, di una Spv, una società veicolo, creata con lo scopo specifico dello stadio da realizzare. Ma domani chissà. È contemplata la possibilità di altri investitori in equity. Cioè con proprio capitale di rischio.

In linea teorica

A leggere in filigrana le parole del patron, non è detto che il Cagliari calcio si farà carico della gestione dopo aver allineato i mattoni. Anche perché questa eventuale uscita di scena non avrebbe conseguenze: lo stadio resterebbe comunque il campo dei rossoblù per il solo fatto che la società l’ha costruito. Così prevedono gli accordi. A corroborare l’ipotesi che il club si possa sfilare c’è il fatto che nel Piano economico-finanziario, il Pef affidato a Deloitte, alla voce “Ricavi attesi” figura l’affitto dello stadio al Cagliari calcio. Come se NewCo e club non coincidessero più, a dispetto di quanto avviene ora.

Il bilanciamento

A scorrere la revisione dei documenti finora sottoscritti, dal 2024 in avanti, è evidente che Regione, Comune e squadra siano andati avanti tra rivendicazioni e concessioni. Un rimbalzo di richieste contrapposte, con toni a tratti ruvidi, su cui Giulini ha ceduto qualcosa ma l’ha anche guadagnata per arrivare a costruire l’atto finale dello stadio da 30.076 posti più un hotel da 126 stanze, il polo congressuale e un centro benessere. La bandierina piazzata fa il paio con diritto di superficie acquisito, al posto della semplice concessione d’uso: vale, almeno per la durata della concessione, fissata in mezzo secolo, la cosiddetta proprietà superficiaria. Su 100mila metri quadrati. Ma Giulini ha dovuto digerire il rialzo del canone, passato dalla quota fissa di 50mila euro a 100mila per i primi venticinque anni e a 200mila per gli altri cinque lustri.

Riva o Unipol?

Sullo sfondo c’è la promessa della città di intitolare il nuovo Sant’Elia a Gigi Riva, quasi un voto, fatto idealmente già nel selciato gremito di Bonaria il giorno dell’addio, il 24 gennaio del 2024. Ma sino al 2031 resta in piedi l'accordo decennale siglato da Giulini con la Unipol, il colosso delle assicurazioni che ha sponsorizzato e dato il nome alla Domus, lo stadio che doveva essere provvisorio. Con un orizzonte di cinque anni, si era detto. Il presidente rossoblù quell’impegno dei tifosi non lo dimentica. Ma il tema non è al momento all’ordine del giorno. Anche perché la scelta non dipenderà da Giulini ma dalla NewCo. E nel Pef, ancora alla voce “Ricavi attesi”, i Naming rights, i diritti di denominazione, così è inquadrata l’intitolazione di uno stadio, devono poter fruttare almeno 2,5 milioni annui, con la proiezione di un incremento sino a 3,6 «in virtù della progressiva valorizzazione del brand», parallelamente alla maggiore «visibilità dell’impianto». La partita riguarda i tifosi molto da vicino. Giocheranno anche loro.

(5 – continua)

© Riproduzione riservata