In principio fu Massimo Cellino. L’ex patron teorizzò – tra i primissimi in Italia – la necessità di uno stadio del Cagliari per restare a certi livelli calcistici. Era il 1994: forse i tempi non erano maturi, di sicuro la burocrazia era già schierata e il fronte del no a prescindere già urlava contro una visione che, se attuata all’epoca, sarebbe stata rivoluzionaria.

I primi casi

Chi lo stadio di proprietà lo realizzò per prima fu la Reggiana, riemersa a metà Anni Novanta dagli inferi delle categorie minori. Il “Giglio”, voluto dalla società, costò 25 miliardi e mezzo (in lire), più altri 8 (sempre in lire) messi a disposizione dai tifosi vip del club con una formula mai adottata prima. Fallita la Reggiana, fu il presidente del Sassuolo Giorgio Squinzi ad assicurarsi la proprietà dell’impianto presentando all’asta giudiziaria un’offerta di tre milioni e 700mila euro. Il Giglio – nel frattempo diventato Città del Tricolore – dal 2013 ha preso il nome dell’azienda dell’ex presidente del Sassuolo, la Mapei.

Le concessioni

Gli stadi dei club sono un’eccezione, almeno in Italia, dove gli impianti venivano costruiti e gestiti dai Comuni e i club potevano usarli in concessione. Solo con l'inaugurazione dell'Allianz Stadium della Juventus nel 2011, costato 155 milioni di euro, i club hanno iniziato a invertire la rotta, scontrandosi tuttavia contro ostacoli normativi e resistenze politiche. La Juve ne sa qualcosa: ottenne il via libera per demolire il nuovissimo ma già superato “Delle Alpi” per far posto allo Juventus Stadium dopo un lungo tiramolla, durato dal 1996 al 2008. L’intesa con il Comune consegnò alla società bianconera il diritto di superficie sull'area del Delle Alpi per i successivi 99 anni al costo di 24 milioni.

Le altre società

La svolta culturale è arrivata osservando i mercati esteri, dove gli stadi di proprietà sono centri di ricavo fondamentali (hospitality, musei, ristorazione). La Juventus ha fatto da apripista sfruttando il volano dei Mondiali 1990, che avevano già modernizzato alcuni impianti ma senza cederli ai club. Pur attribuendo i giusti meriti alla Reggiana, sono stati i bianconeri a tracciare la rotta, seguiti poi da realtà come il Sassuolo, e in tempi più recenti, Udinese, Atalanta e Frosinone, che hanno acquistato e riqualificato strutture esistenti. L’Udinese nel 2014, per la ristrutturazione del vecchio “Friuli” (ora “Bluenergy Arena”) ha speso circa 50 milioni. Demolite le curve, l’impianto è stato coperto per intero e all’interno ci sono tutta una serie di servizi tra cui uno spazio per feste private. L’accordo per l’utilizzo dell’impianto anche qui, come per l’Allianz Arena, è stato stipulato sulla base di 99 anni ma a 4,55 milioni, circa 45mila euro all’anno. A Frosinone, che dal 2017 gioca al “Benito Stirpe”, la concessione è per 45 anni: lo stadio, da 16 mila spettatori, è stato costruito praticamente ex novo e coperto per intero. L'accordo con il Comune, formalizzato nel 2016, prevedeva che la società gestisse l'impianto a fronte di un investimento privato di oltre 10 milioni di euro. Quindi l’Atalanta. La società di Bergamo ha ristrutturato lo stadio, ora da 25mila spettatori, e ne ha acquistato la piena proprietà (e non solo il diritto di superficie) a 8,6 milioni di euro, partecipando a un’asta pubblica.

Nelle metropoli

Per i grandi club e le metropoli, però, il percorso è diventato un'odissea burocratica. A Roma e Milano, i club si scontrano con la lentezza delle autorizzazioni. E poi c’è il problema della spesa: a Bologna il Comune ha cancellato l'impegno di 40 milioni (sui 200 complessivi) per il restyling del Dall'Ara: i forti rincari nei costi hanno spinto la giunta a fare un passo indietro, aprendo ora al dialogo per un impianto del tutto nuovo fuori città. A Firenze, la Fiorentina contribuisce con 55 milioni al restyling del Franchi, che poi avrà in concessione da Palazzo Vecchio. Ma ancora non c’è un accordo sulla durata, che dovrà essere comunque lunga.

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