«La Sardegna non deve essere il luogo in cui il Paese relega i propri problemi penitenziari», ma semmai «il luogo in cui l’Italia sperimenta una risposta più intelligente, costituzionale e più lungimirante: un sistema in cui la pena non sia solo separazione, ma responsabilità; non solo custodia, ma ricostruzione; non solo costo sociale, ma investimento civile».

Sono le frasi finali del documento diffuso da 26 intellettuali e professionisti sardi, sull’esecuzione penale nell’Isola. Racchiudono il senso della lettera-appello rivolta a tutte le istituzioni (dal Governo, col ministero della Giustizia e il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, fino a Regione ed enti locali): «Superare l’Isola-carcere», per promuovere «un sistema penitenziario capace di sicurezza, responsabilità e sviluppo civile».


Il documento

Noi sottoscritti, provenienti dal mondo delle istituzioni, della cultura, dell’università, della giustizia, dell’amministrazione penitenziaria, delle professioni, del lavoro sociale e della società civile, riteniamo necessario aprire in Sardegna una discussione pubblica sull’esecuzione penale. Non si tratta di una questione di settore, riservata agli addetti ai lavori. Il modo in cui una comunità pensa il carcere riguarda la qualità della democrazia, il rapporto tra sicurezza e diritti, il destino dei territori e la capacità delle istituzioni di produrre fiducia.

La Sardegna ha conosciuto a lungo una rappresentazione ingiusta e riduttiva: quella di isola-carcere. Per troppo tempo il rapporto tra istituti penitenziari e territori è stato pensato quasi esclusivamente in termini di isolamento, controllo, separazione e peso per le comunità locali. Questa impostazione ha inciso sull’immagine dell’isola, sulle sue politiche pubbliche e sul modo in cui i cittadini hanno percepito la presenza del carcere nei propri territori. Oggi è necessario aprire una fase nuova.

Una nuova impostazione

Riteniamo che l’esecuzione penale in Sardegna debba essere ripensata dentro un paradigma diverso: non più il carcere come corpo estraneo, non più gli istituti penitenziari come semplici oneri da sopportare, ma come presenze istituzionali capaci di dialogare con le comunità, di contribuire alla sicurezza, alla legalità, al lavoro, alla formazione, alla cura dei beni comuni e alla crescita civile dei territori.

Questa prospettiva non nasce da ingenuità e non nega le esigenze di sicurezza. Un sistema penitenziario serio deve prevedere anche settori destinati alla custodia di persone sottoposte a regimi di alta o massima sicurezza, quando ciò sia necessario. Ma la sicurezza non può esaurire l’intero senso dell’esecuzione penale. La sicurezza più solida è quella che nasce da istituzioni credibili, da percorsi di responsabilizzazione, da opportunità reali di reinserimento e da relazioni positive con il territorio. Un sistema chiuso in sé stesso produce distanza, diffidenza e crescita della criminalità; un sistema capace di dialogare con la società può produrre responsabilità, lavoro, legalità e coesione.

La Sardegna come laboratorio nazionale

La Sardegna può diventare un laboratorio nazionale di questa nuova impostazione. La sua storia, la sua insularità, la presenza di istituti penitenziari con caratteristiche differenti, la tradizione delle colonie penali e la ricchezza dei suoi territori consentono di immaginare un modello avanzato di esecuzione penale: più umano, più utile, più sicuro perché più radicato nella società. Il punto non è trasformare il carcere in altro da sé, né ignorare la funzione custodiale che esso è chiamato a svolgere. Il punto è ricollocare l’esecuzione penale dentro una visione pubblica più ampia, nella quale ogni istituto sia chiamato a interrogarsi sul proprio rapporto con il territorio e sulle forme concrete attraverso cui può generare valore sociale.

Il modello delle colonie penali

In questa prospettiva, occorre recuperare e valorizzare l’esperienza storica e attuale delle colonie penali, che nell’isola hanno rappresentato e possono ancora rappresentare un modello originale. Esse mostrano la possibilità di intrecciare lavoro, ambiente, agricoltura, difesa e manutenzione del territorio, formazione professionale e responsabilità personale con le esigenze dell’esecuzione penale.

Le colonie penali, se rilette con strumenti moderni e con pieno rispetto dei diritti costituzionali, possono indicare una strada concreta: istituti non chiusi in sé stessi, ma capaci di produrre valore pubblico; non enclave separate dalle comunità, ma presidi che partecipano alla vita dei territori; non simboli di marginalità, ma occasioni di rigenerazione sociale, ambientale ed economica. Esse possono contribuire alla cura del paesaggio, alla prevenzione del dissesto, alla manutenzione dei beni comuni, alla valorizzazione di filiere agricole e ambientali, alla formazione di competenze professionali e alla costruzione di percorsi di reinserimento realmente spendibili dopo la detenzione, al contrasto di fenomeni di spopolamento e desertificazione delle zone interne e rurali.

Sicurezza, Costituzione e responsabilità

La sicurezza è un bene pubblico essenziale. Ma essa non può e non deve essere contrapposta alla finalità rieducativa della pena, alla dignità delle persone, alla tutela dei diritti e alla prospettiva del reinserimento sociale. La Costituzione chiede che la pena non sia soltanto afflizione, ma possibilità di cambiamento, responsabilità e ritorno alla società. Anche i settori di alta e massima sicurezza devono essere collocati dentro un sistema equilibrato, trasparente e rispettoso dei territori. La loro presenza non può determinare l’identità complessiva dell’esecuzione penale in Sardegna, né riproporre l’idea dell’isola come luogo separato nel quale concentrare problemi decisi altrove.

I territori come protagonisti

I comuni, le comunità locali e la Regione Sardegna devono poter partecipare alla definizione delle politiche penitenziarie che incidono sull’isola. La presenza di un istituto penitenziario non può essere subita come imposizione, ma deve diventare parte di un patto istituzionale fondato su trasparenza, corresponsabilità e benefici concreti per il territorio. 

Gli istituti penitenziari devono essere messi nelle condizioni di collaborare stabilmente con enti locali, università, scuole, imprese, associazioni, cooperative sociali, realtà culturali e soggetti del terzo settore. Il carcere non deve essere un muro che interrompe la comunità, ma una istituzione pubblica capace di assumersi responsabilità verso il territorio in cui opera.

Le nostre richieste

Chiediamo al Governo, al Ministero della Giustizia, al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, alla Regione Sardegna, agli enti locali e a tutte le istituzioni competenti di aprire un confronto pubblico e operativo finalizzato a:

● definire una strategia regionale sull’esecuzione penale in Sardegna, condivisa con i territori;

● superare ogni logica che riproponga l’isola come luogo di mera concentrazione penitenziaria;

● valorizzare le colonie penali come luoghi di lavoro, formazione, responsabilità, tutela ambientale e utilità sociale;

● promuovere accordi stabili tra istituti penitenziari, enti locali, università, scuole, imprese, cooperative e terzo settore;

● rafforzare i percorsi di istruzione, formazione professionale, lavoro e reinserimento;

● collegare il lavoro penitenziario ai bisogni reali delle comunità e alla cura dei beni comuni;

● garantire che le esigenze di alta e massima sicurezza siano collocate dentro un sistema equilibrato, trasparente e rispettoso dei territori;

● riconoscere alle comunità locali un ruolo effettivo nelle scelte che riguardano la presenza penitenziaria nell’isola.

Un appello alla Sardegna e al Paese

La Sardegna non deve essere il luogo in cui il Paese relega i propri problemi penitenziari. Può essere, al contrario, il luogo in cui l’Italia sperimenta una risposta più intelligente, costituzionale e più lungimirante: un sistema in cui la pena non sia solo separazione, ma responsabilità; non solo custodia, ma ricostruzione; non solo costo sociale, ma investimento civile. Per queste ragioni sottoscriviamo questo appello. Per superare l’isola-carcere. Per un’esecuzione penale che dialoghi con i territori. Per una Sardegna capace di trasformare una storia difficile in un modello di giustizia, sicurezza e comunità.


L’elenco dei firmatari, in ordine alfabetico, è aperto da Domenico Arena, provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria. Molti i sottoscrittori del mondo giudiziario e delle associazioni del settore: la presidente del Tribunale di sorveglianza di Cagliari, Cristina Ornano, Irene Testa (garante dei detenuti), Carlo Renoldi (magistrato di Cassazione), Matteo Pinna ed Erika Dessì (presidente e referente diritti umani dell’Ordine avvocati di Cagliari), Maria Grazia Caligaris (Socialismo diritti riforme), Daniele Pulino (Antigone), il sociologo Luigi Manconi che a lungo si è occupato di questi temi. Dall’università, il rettore di Cagliari Francesco Mola e ancora Cristina Cabras (criminologa UniCa), Andrea Vargiu (sociologo UniSs), Emanuele Farris (delegato polo penitenziario UniSs). Per il mondo del terzo settore e dell’informazione, Ugo Bressanello (Domus de Luna), Simonetta Selloni (Associazione della stampa sarda), Giuseppe Meloni (Ordine dei giornalisti), Sabrina Mura (Associazione studi giuridici sull’immigrazione), Andrea Pianu (Forum Terzo Settore), Franco Uda (Arci Sardegna). Tra gli esponenti politici, oltre a Todde e Comandini, i sindaci di Cagliari, Sassari e Nuoro (Massimo Zedda, Giuseppe Mascia ed Emiliano Fenu), il presidente della Provincia di Nuoro Giuseppe Ciccolini, il segretario del Pd Silvio Lai.

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