Le relazioni tra gli Stati si basano principalmente sul dialogo, sulla capacità di mediare tra le reciproche posizioni, anche e soprattutto quando queste ultime paiono inconciliabili e il fragore delle armi sovrasta tutto. Mettere in relazione intere nazioni richiede quindi un’arte complessa, un’arte che ai giorni nostri sembra dimenticata a favore delle dichiarazioni unilaterali quando non delle pratiche più offensive per umiliare l’avversario. In un quadro come questo quasi mai si trovano soluzioni di ampio respiro e capaci di soddisfare le esigenze di tutti. Si mira semplicemente a rafforzare le proprie posizioni e difficilmente si riescono a disinnescare le crisi internazionali che viceversa diventano sempre più complicate e pericolose. Ancora più complicata diventa la situazione quando le tensioni sfociano in un conflitto armato e il suono delle armi sul nascere la voce della ragione, del buon senso, la voce di quell’arte oggi troppo spesso dimenticata che si chiama diplomazia.

Proprio perché viviamo in un’epoca in cui i conflitti armati appaiono la cifra distintiva e negoziazioni, accordi e trattati si riducono troppo spesso a chimere diventa importante un libro come Fare la pace (il Mulino, 2026, pp. 332) curato da Blythe Alice Raviola, docente di Storia moderna e Storia dell’Europa moderna nell’Università degli Studi di Milano.

Attraverso l’analisi dei principali trattati stipulati tra la Pace di Lodi (1454) e il Congresso di Vienna (1815), il volume ricostruisce la storia della diplomazia europea osservando la pace come processo di negoziazione, mediazione e ridefinizione degli equilibri politici. Ognuno dei 19 capitoli, ciascuno scritto da un differente esperto o esperta, contestualizza gli accordi, ne esamina protagonisti, contenuti, forme documentarie e conseguenze, restituendo il ruolo svolto da diplomatici, sovrani e istituzioni nella costruzione dell’Europa in epoca moderna.

La copertina del libro
La copertina del libro
La copertina del libro

Soprattutto il libro prova a rispondere ad alcune domande basilari nel momento i cui si cerca di mettere fine a una guerra: “Che cosa significa fare la pace? Quali condizioni rendono possibile la conclusione di un conflitto? E in che modo le negoziazioni hanno contribuito a plasmare gli equilibri politici, giuridici e culturali dell’Europa moderna?” Sono domande complesse a cui in diversi contribuiti del libro cercano di dare una risposta articolata nella convinzione che non si è ancora dato abbastanza spazio, nella manualistica in particolare, a quel momento culminante delle trattative che è rappresentato dalla firma finale degli accordi, un momento costato tante fatiche che viene però spesso liquidato in poche righe.

Come scrive Blythe Alice Raviola introducendo il volume: «E invece quei momenti furono agiti da teste pensanti, interessarono luoghi deputati a ospitare i tavoli di lavoro per mesi, ebbero ricadute immediate sulla cerimonialità e sull'editoria, misero in moto meccanismi di interazione dinamica. La stipula di una pace - allora come oggi - non va dunque letta come epilogo statico di una fase bellica conclusa, come traguardo auspicato e sospirato, bensì come punto di partenza di nuovi equilibri, di effetti concreti, di risultati non sempre egualmente soddisfacenti per i contraenti e per le popolazioni coinvolte, e pure finalizzati a troncare le ostilità». Perché ogni guerra, per chi la vive e la subisce, stabilisce un prima e un dopo. Rappresenta indubbiamente l’esperienza collettiva più sconvolgente che un individuo o un insieme di individui possono affrontare. La sigla di una pace condivide lo stesso valore: segna un punto di svolta dopo il quale si pongono nuove regole e nuovi equilibri non solo tra i contraenti, anche sul fronte interno degli Stati coinvolti negli accordi. Per questo la pace non si può improvvisare. Va costruita, cosa che oggi pare sfuggire a troppi di noi, soprattutto tra chi ci governa. Parafrasando l’antico detto romano “si vis pacem, para bellum” (se vuoi la pace, prepara la guerra) oggi diventa necessario dire “si vis pacem, paae pacem”: se vuoi la pace, costruisci la pace.

È questo uno dei messaggi portanti del volume curato da Blythe Alice Raviola, un manuale pensato per studenti e studentesse che offre strumenti per comprendere le radici storiche della diplomazia e del diritto internazionale, ma anche un libro civile che, in sintonia con i princìpi della rete accademica Runi Pace (Rete delle Università Italiane per la Pace), stimola la riflessione su come sia stato e sia possibile trovare vie alternative alle armi.

© Riproduzione riservata