La vita può essere anche una grande battaglia persa, ma spesso non si può fare altro che montare in sella al proprio cavallo e partire, lasciandoci trasportare dal suo galoppo. È quello che fanno i protagonisti di La fine della frontiera (NN Editore, 2026, pp. 426, anche e-book) di Daniele Paquini.

Siamo nel 1861, l’Italia è una nazione appena nata e l’America promette un futuro infinito. Dante Niccolai, giovane carrettiere toscano rimasto orfano, lascia la propria casa per accompagnare la famiglia Ferrini al porto di Genova e decide di imbarcarsi con loro per il Nuovo Mondo, inseguendo il miraggio di una vita migliore. Tra lui e Adele Ferrini nasce un rapporto epistolare fatto di promesse e attese, ma l’immensità del continente li divide: Dante vaga per anni nel cuore dell’America, mentre Adele trova fra i cheyenne una nuova identità. Le loro vicende si legano alla Storia e alle peripezie di Carlo Di Rudio, rivoluzionario mazziniano scampato alla ghigliottina e ai lavori forzati, che sceglie il West come ultima trincea. E mentre l’offensiva dei bianchi culmina nella leggendaria battaglia di Little Bighorn, simbolo della resistenza indiana, un intreccio di colpe, tradimenti e violenza unisce i destini di Dante, Adele e Carlo. Romanzo storico e d’avventura La fine della frontiera si presenta come una narrazione originale del tramonto del mito del West e una riflessione sul destino umano, anzi sul destino delle ambizioni, degli ideali e dei sogni di noi umani.

La copertina del libro
La copertina del libro
La copertina del libro

A Daniele Pasquini abbiamo chiesto come è nata l’idea di un romanzo ambientato nel West:

«Sono arrivato al western dalla letteratura, prima che dal cinema. L’amore per il genere è nato non molti anni fa a partire dalla lettura di autori come McCarthy e McMurtry. Inizialmente ero affascinato da alcuni precisi tratti di quell’immaginario: penso ai grandi spazi aperti, alla relazione con la natura, alla lotta tra bene e male, al rapporto con la morte e col destino. Mi sono convinto che il western non fosse soltanto, come avevo sempre pensato, un genere retrò per uomini bianchi e reazionari, ma che al pari dell’epica classica avesse dei tratti di universalità. Poi mi sono concentrato sulla dimensione storica della ‘conquista del West’, che è stato un processo politico, ancor prima che culturale, su cui l’America ha costruito la propria identità. E tutto ciò che riguarda gli Stati Uniti, in un modo o nell’altro, riguarda tutti noi».

Cos’è la Frontiera?

«Per gli USA dell’Ottocento era la terra da ‘civilizzare’. La cosiddetta Tesi della frontiera, espressa dagli storici già a fine ‘800, affermava che il processo di conquista dell’Ovest fosse stato fondamentale per plasmare il carattere del popolo americano e definirne l’identità. Ma in senso più ampio e meno colonialista – e questo è stato per me il vero interesse letterario - la frontiera è tutto ciò che abbiamo di fronte, lo spazio e il tempo non ancora raggiunto. Esattamente come la linea dell’orizzonte: è impossibile da toccare, ed è perciò un invito a una ricerca continua».

Cosa unisce i protagonisti del tuo romanzo, oltre al fatto di essere degli italiani che migrano?

«Sono tutti accomunati dalla sconfitta. In un tempo in cui siamo ossessionati dalle performance – è questa, ad esempio, la tesi del filosofo Byun-chul Han -, in cui trionfano forme costanti di competizione e voglia di sopraffazione, tendiamo a scordare quanto la sconfitta sia naturale. Il ‘sogno americano’ predica che chiunque può raggiungere il successo, la prosperità economica e una vita migliore attraverso il duro lavoro e la determinazione, indipendentemente dalle proprie origini. Credo sia una promessa falsa e che produce individualismo, egoismo, conflitto. Ho perciò immaginato personaggi con storie diverse, eppure tutti chiamati a confrontarsi con la sconfitta. Non vuole essere una visione cupa, ma una prospettiva di accettazione. Si domandano i personaggi: per cosa vale davvero la pena combattere?».

A quale dei tuoi protagonisti sei particolarmente legato?

«Direi Dante Niccolai, giovane carrettiere toscano che rimasto orfano parte per l’America, quasi per caso, dopo aver accompagnato una famiglia di migranti al porto di Genova. È ingenuo, non ha né gli strumenti né il carattere per affrontare ciò che lo attende. Il suo è un viaggio fatto di cadute e inciampi, eppure il suo lungo e affannoso peregrinare – solo apparentemente sterile – me lo rende umanamente vicino».

Quale volto dell'America emerge dal tuo romanzo?

«Lo scrittore Henry David Thoreau in quegli stessi anni in cui ambiento il mio romanzo affermava che ‘un uomo è ricco in proporzione al numero di cose di cui può fare a meno’. Quella, purtroppo, non è stata l’America che ha vinto. Io racconto un Paese fratricida, avido e accecato dal miraggio dell’oro, famelico e assetato di terra e di risorse, brutale con le nazioni indigene. Nelle manovre belliche del vanesio e spregiudicato G. A. Custer a capo del Settimo Cavalleggeri nella disfatta di Little Bighorn possiamo intravedere senza troppe forzature alcuni tratti in comune con Donald Trump. Un’America persuasa di avere un ‘destino manifesto’, ma incapace di ammettere le proprie responsabilità e le proprie sconfitte».

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