Pane al pane, vino al vino. E non "wine al vino". È vero che l'ubriacatura di termini stranieri è stata sdoganata in questi giorni di chiusura (lockdown) trascorsi nella Rete tra wine tasting, blind tasting, storyteller winery e flaconcini di influencer. Ma mai prima di Covid 19, i prestiti linguistici nella comunicazione e nell'informazione, certamente quelli che ruotano attorno al variegato universo del vino e non solo, avevano conquistato tanta vigna. Che non si tratti, solo, di galateo verbale ce lo insegnano i francesi. Con terroir e vigneron hanno riempito il mercato delle loro produzioni. Ed è sconcertante come il Belpaese invece si sia appiattito rinunciando al valore aggiunto del proprio vigneto, ovvero quello di essere italiano: nei paesaggi, negli uomini e nelle donne, nella luce, nel clima, nella geologia, nell'arte, nella storia, nella politica, nella poesia... E nella sua lingua. Il vino va narrato bene anche per poter essere venduto bene. Su questi filari dunque è doveroso camminare, dopo le drammatiche settimane di distanziamento sociale. Un isolamento che ci porta a ripensare e riscrivere una nuova narrazione del vino. Il dibattito è aperto.

Vito Intini (Foto Onav)

Vito Intini, presidente nazionale dell'Onav - «Il linguaggio che viene utilizzato oggi nel mondo del vino è assolutamente inadeguato e desueto», spiega Intini. «L'uso di esterismi o la massiccia introduzione di lingue straniere è un deterrente. Noi dovremmo utilizzare la nostra lingua che ha argomenti ed espressività impareggiabili. Tra l'altro tre quarti del linguaggio che viene usato dagli esperti esteri, arriva dal latino e dal greco, lingue che fanno parte della nostra profonda radice culturale non di quella anglofona, per esempio. Anche questo è abbastanza sconcertante». Grande appassionato e studioso di vino e territorialità, conoscitore profondo dell'Italia e della Francia vitivinicole, Intini ritiene che «uno dei motivi per cui il vino stenta ad essere classificato come un prodotto di alto valore è proprio la difficoltà di avvicinarlo al consumo quotidiano». Una falla nell'approccio. «Si deve iniziare a raccontare le grandi doti del vino, il suo universo non a chi già conosce ma a chi semplicemente prende il bicchiere in mano e lo ama». La narrazione si deve affrancare dai freddi tecnicismi, «è fondamentale. Spesso si gioca quasi a dimostrare che io so più cose solo perché parlo di antocianine, tioli, aldeidi. Un linguaggio tecnico che viene usato da tecnici o da degustatori». È un parlarsi addosso, non può essere questa la comunicazione e la narrazione del vino. «Credo che a noi italiani questo aspetto sia sfuggito di mano, lo abbiano perso; i francesi hanno ben chiara questa distinzione. Il mondo del vino in Italia ha bisogno di degustatori e narratori capaci di essere tecnici e divulgatori». Per Intini uscire dai canoni tecnici significa appunto parlare di bellezza del vino. «Dai momenti critici si esce con parole chiave - aggiunge - oggi parlare di vino significa farlo in modo gratificante, comprensibile, legato a criteri di bellezza, di piacevolezza. In questo - spiega - il vino deve essere il contrario della costrizione delle regole chimiche. Non si cerca più la troppa perfezione, il fatto che sia scontatamente elegante o che sia persistente. Si cerca, potremmo dire, l'imperfezione che lo rende autentico, l'aspetto imprevisto di un vino, sì, quello che stupisce. E penso che questa sia una caratteristica di tutti quelli che cercano qualcosa di più della normalità anche in senso positivo». Intini auspica «un ritorno alla semplicità, che non è banalità: spiegare che il vino è bello, è buono significa dire molto per persone che sanno poco, e ancora molto per le persone che sanno molto. Chi sta nel mezzo non capirebbe. A chi cerca pedissequamente il rapporto con l'acidità fissa, il residuo di solforosa, o a chi si perde in questi dettagli importanti sì ma inutili per la narrazione di un vino, bello e buono sarebbero incomprensibili». Il presidente dell'Onav parla del degustatore e divulgatore maturo, «quello che si è stancato della perfezione e gode di tutto ciò che piace proprio alle persone che vogliono trasgredire. Ma con estrema cultura e con buonsenso». E conclude: «Serve una maggiore attenzione all'uomo e alle emozioni, è questo il vero salto di qualità della narrazione enologica. E passa attraverso un diverso approccio della comprensione delle caratteristiche dei vini».

Tiziano Bianchi (L

Tiziano Bianchi, giornalista blogger - Tra i fondatori di Skywine - Quaderni di Viticultura e di Trentinowine «Considero il vino uno strumento fondamentale per raccontare altro: territorio, economia, famiglie contadine. Non è solo il grappolo d'uva. Dietro il vino ci sono le competenze delle persone, le relazioni umane, c'è un contesto storico e sociale che non deve mai passare in secondo piano. Mi interessa il vino, per esempio, anche per ragionamenti politici e antropologici». Ed ecco perché Tiziano Bianchi, giornalista e blogger parla spesso di metavino. «Territorio è un concetto che racchiude questi aspetti metaenologici: prima, dentro e dopo la bottiglia». La bellezza del vino è tutta qui. «Un vino è bello quando racconta queste cose. Ed è il modo giusto con cui il vino avvicina i consumatori». Bianchi, autoctonista, territorialista e un po' comunista come lui si definisce, non disdegna l'uso di una penna ironica o di struttura, più spesso tannica. Per lui il racconto di un vino è ciò che è capitato in quel territorio, «profumi, nuance, percezioni: queste cose le lasciamo ai sommelier e ai wine lover». Tra i suoi numerosissimi scritti e articoli (il più recente, Prosecco doc rosé ma che problema c'è?) il racconto della "Santa bellezza del Vino" (ottobre 2019) che esplica molto bene cosa può fare la scrittura: «C'è della bellezza nel vino. E a volte perfino una grande bellezza. Accade quando un vino comincia a raccontarti storie che non vorresti finissero mai. E a riportare in superficie ricordi fino ad un attimo prima sbiaditi dall'ombra del tempo. Storie di campagna, di cantina, di sapere, di ambiente, di paesaggio. Storie di uomini e di donne. Spesso dimenticate, perché rispetto alla bottiglia, rispetto al vino, per lo più passano in secondo piano e restano chiuse nella penombra degli avvolti vinosi. E invece è questa, anche questa, la bellezza del vino: il racconto dell'uomo calato dentro il suo contesto e dentro le sue relazioni, sociali, professionali, politiche. L'uomo che produce l'uva. L'uomo che la trasforma in vino. L'uomo che il vino lo custodisce nel tempo. A volte per tanto tempo». (territoriocheresiste.it). Covid sta cambiando tutto. «Non so casa accadrà», dice Bianchi. «So però che anche i grandi mercati, quello asiatico come quello americano cercano vini ricchi di storie. Più narrazione di territorio e meno nuance di "gelsomino appena fiorito"». Il futuro del vino sta nei suoi luoghi, nelle differenze. «Purtroppo oggi la narrazione, lascia il posto agli influencer: prevalgono i comunicatori, pochi fanno informazione e pochissimi informazione critica. Dobbiamo invece tornare a quello che facevano Veronelli e Mario Soldati. Al di fuori e al di là delle tendenze di moda».

Francesco Falcone (L

Francesco Falcone, degustatore, divulgatore e scrittore - «Il problema oggi della comunicazione del vino è che sempre più è fatta di luoghi comuni, questo è un grande grande limite. Credo invece che il vino abbia necessità di approfondimenti di cultura e di bellezza appunto, con uno sguardo più articolato che intercetti più cose». Francesco Falcone, degustatore e scrittore schietto e di estrema lucidità, torna sul primato della lingua italiana. «La degustazione in senso stretto è materia che mette in collegamento più sensi, multisensoriale. E deve andare in quella direzione anche la scrittura come la comunicazione e la lingua». Gli esempi importanti oggi non mancano. La scuola di ieri, sempre attualissima si fonda sulla grandezza di scrittori come Paolo Monelli, Mario Soldati e Luigi Veronelli, da cui bisognerebbe ripartire. «È il momento di dire basta slogan. Basta a questo mondo che ha sempre "wine" in mezzo». Falcone parla di una vera e propria deriva di pensiero e di linguaggio. «In fatto di strategie di comunicazione del vino purtroppo ci siamo tristemente allontanati dalla lingua italiana, ma del resto facciamo parte di questa epoca e di questa società in cui tutto tende a semplificare. Si spiega così anche la continua erosione della bellezza della nostra lingua. È chiaro che una lingua si deve arricchire anche di spunti da altri lessici. Ma per esempio, sono convinto che il racconto del vino possa persuadere di più le persone attraverso un italiano più bello». La deriva linguistica («nel vino è ancora più pericolosa»), non è solo un fatto lessicale, è soprattutto di pensiero. «Il vino, considerato esclusivamente un oggetto tecnico o tecnologico, non è solo un oggetto speculativo, mercantile. Il vino è la nostra cultura vera. Attraverso il vino si racconta una umanità che ha attraversato 6-7 mila anni di storia. Mettiamo il vino dentro il nostro sentimento, la nostra cultura, la nostra quotidianità, nei nostri pensieri più intimi». Ecco i nuovi percorsi della narrazione.

Il 19 giugno uscirà il nuovo libro di Francesco Falcone, Il senso di un Amore. Un'opera di sentimenti e di emozioni dove l'Amore (Parole per Tamara), l'esistenza (Parole per la Vita) e la vigna (Parole per il Vino) hanno la stessa anima. «Non possono essere slegati. Il vino fa parte della nostra intimità e della nostra vita. È il testimone, la memoria storica e quindi non può essere semplificato in modo becero, non si può mettere tutto al vaglio di un modo di fare compilativo. Da registro meccanico. C'è una umanità nel vino che va raccontata anche in modo frugale, divertente. Dobbiamo umanizzarlo, il vino. Meno sacerdoti del vino, meno cenacoli eletti e ristretti». Meno tecnicismi e più umanità. «È chiaro che il cuore della Gallura ha delle qualità straordinarie per fare del Vermentino, ma senza gli esseri umani non ci sarebbe nulla. Clima meraviglioso, i graniti, la macchia, il mare. Ma sono gli uomini che hanno intercettato quelle qualità». Le condizioni base si conoscono: «Devi sapere che il Sangiovese non potrà mai stare benissimo nel Sulcis, ci mancherebbe, e magari sta molto meglio in Toscana. Così il Carignano respira sulle sabbie di Santadi e non nella pianura Padana. Il problema è che spesso e per troppo tempo il vino si è raccontato solo su questa dimensione». Nel 2004 Gianni Mura nel suo racconto Confesso che ho bevuto mandava a quel paese tannini, antociani, Guyot speronato, marne mioceniche. «Non se ne può più, non nego il piacere della conoscenza ma preferisco la conoscenza del piacere». Il vino, come Silvana Mangano nei suoi ricordi di bambino: «Non mi è mai interessato conoscere le misure del seno e dei fianchi, neanche dopo. Era una realtà bellissima, emozionante». Un sentimento d'amore, molto oltre il ribes e i frutti rossi. E dopo aver ripetuto numerosi "vaffa" anche alla «poltiglia bordolese, le grave sassose, l'affinamento, la vetroresina, la criomacerazione, l'osmosi inversa e la termoregolamentazione», promette, senza rimorsi, di non pronunciare mai più le parole perlage, prise d'écume, bidule, liqueur d'expédition, pupitre, cru, cuvée. E chiude: «Dimenticavo: gradi Babo, aborto floreale, cloni, nuances, tartrati. Affanculo anche loro».
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