“Una volta, scherzando, l'avvocato Agnelli mi chiese: ‘Ma quanti sono gli italiani del ceto medio?’. Io gli risposi: ‘Guardi sono tutti, tranne lei e qualche disperato’”: è l'incipit ironico e veritiero con cui Giuseppe De Rita avvia le sue conversazioni con Mirko Grasso contenute nel volumetto L’Italia che conosco (Carocci editore, 2026, pp. 104). Argomento del libro: la realtà italiana, che De Rita, fondatore e presidente del CENSIS (Centro Studi Investimenti Sociali), ha indagato, interpretato e conosciuto come pochi altri.

Le pagine del volume, infatti, hanno il sapore di un mosaico della nostra identità, una mappa attraverso cui ripercorrere i tratti di continuità e discontinuità del Paese, riconoscere il cambiamento, prima, e i fattori di ripiegamento della società italiana, dopo. Dalle trasformazioni del dopoguerra all’emergere e alla crisi del ceto medio, la ricerca di De Rita, cominciata nel 1964 con la fondazione del Censis, ha delineato con precisione la nostra storia sociale. Una storia sociale che nei suoi momenti migliori e più vitali è stata segnata, a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale, dalla crescita del ceto medio, una classe sociale “ampia” e dai contorni sfumati, ma capace di dare un contributo di stabilità al nostro Paese.

Queste pagine raccolgono la sua lettura dell’ascesa e del declino del “grande lago” sociale italiano (il ceto medio appunto), della sua frammentazione e delle cause profonde del populismo. Il sociologo ci mostra il legame tra crisi economica e mutamenti culturali, offrendo chiavi di lettura indispensabili per capire le dinamiche odierne. Soprattutto De Rita prospetta sempre possibili vie d'uscita, ancora non disposto a rassegnarsi a quel che sembra un inevitabile declino. L’Italia che conosco, infatti, è un saggio che invita all’azione: comprendere il presente per immaginare un futuro fondato su identità collettiva, progettualità e motivazione condivisa.

La copertina del libro
La copertina del libro
La copertina del libro

Dobbiamo, allora, abbandonare l’idea che da soli ce la possiamo fare ad affrontare la complessità. Bisogna ritrovare la voglia e la capacità di lavorare assieme per un obbiettivo, grande o piccolo che sia. Ci vuole voglia di fare comunità e di essere solidali. Bisogna tornare a fare politica, strappandola dalle mani dei professionisti o almeno sorvegliando al meglio quello che dicono e, soprattutto, quello che fanno.

Si tratta di un cambiamento non facile da attuare. Oggi viviamo in una società fortemente individualista, a tratti anzi dominata dall’esaltazione della libertà personale e da un senso diffuso che ci porta ad affermare prima di tutto noi stessi. Questa tendenza, a volte, si radicalizza in una vera e propria religione del proprio ego personale. È questa una delle malattie che ha messo in crisi il ceto medio, inutile nasconderselo.

È giusto allora riflettere su questa deriva dell’individualismo e lo possiamo fare innanzitutto riaffermando la positività dell’individualismo nel momento in cui ci porta a scegliere liberamente, a impiegare appieno le nostre facoltà. Uniformare il nostro pensiero a quello della maggioranza conduce, infatti, all’inerzia e alla passività. Tuttavia, lasciare campo libero all’esaltazione del proprio ego mette a rischio la nostra umanità esponendoci al narcisismo più sfrenato. Il risultato di questo atteggiamento è una profonda sofferenza per gli individui stessi ma anche per la società tutta. Vale allora la pena di provare a cambiare le regole del gioco contemporaneo, non lasciandosi troppo travolgere dallo spirito del nostro tempo che ci spinge all’autoreferenzialità, una autoreferenzialità che ci isola e non ci aiuta nella complessità contemporanea.

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