Pochi paesaggi possono sembrare sempre uguali a loro stessi come quelli che possiamo osservare sulle rive del Po. Piccoli paesi, case sparse, anse dove il fiume scorre lento e dove i ritmi della vita e i gesti delle persone paiono ancora quelli degli anni Cinquanta del Novecento. È così oggi e ancora di più lo era negli anni Settanta, l’epoca in cui è ambientato l’intenso “L’anatra sposa” (Bompiani, 2021, pp. 272, anche e-book) di Marta Ceroni.

Nel romanzo la vita scorre seguendo il ritmo immutabile delle stagioni nel piccolo centro di Ghiarole. Ogni tanto il grande fiume isola case e persone con il fango della piena e nessuno si lamenta di fronte a quello che appare ineluttabile. Si mette mano ai badili, si toglie il fango e si prosegue fino alla prossima esondazione. Qualcosa, però, impercettibilmente sta cambiando in questo piccolo mondo. Nella zona si è trasferita una famiglia proveniente da Milano e nel teatro della vicina Brescello si sta organizzando una recita e si cercano attori locali, un vero e proprio evento per la zona. Soprattutto le due sorelle selvatiche, che stanno nella casa più isolata lungo l’argine, sono cresciute: Nevia, svagata, si è fatta bella, morbida e desiderabile; Alda, al contrario, misteriosa e fiera, pedala così veloce che sembra appartenere a un altro mondo. E si scopre alla ricerca di un lasciapassare che la porti via dall’universo immutabile del Paese. E il lasciapassare arriverà nel modo più inaspettato, con le sembianze Nazareno, il pastore, e di un’anatra dalle meravigliose piume blu, candide, dorate. Un’anatra sposa che Alda deciderà di possedere, costi quel che costi.

Libro incentrato sui desideri che, pur inespressi, ci scavano dentro fino a spingerci a metterci in gioco e a cambiare, “L’Anatra sposa” è un romanzo non solo di personaggi, ma anche e soprattutto di ambienti ben precisi: la piccola provincia italiana, apparentemente tagliata fuori dalla modernità e in cui tutto sembra risolversi in un piccolo mondo antico, chiuso e a tratti soffocante.

A Marta Ceroni chiediamo allora: come mai ha scelto questo tipo di “palcoscenico” per il suo romanzo?

“Avevo un forte bisogno di elaborare sentimenti sovrapposti e in parte contrapposti: il senso di appartenenza, la difficoltà di attecchire in un luogo e la nostalgia. Se guardiamo alla mia biografia sono nata a Milano e poi sono cresciuta tra città e campagna nel bacino del Po. Dopo gli studi mi sono trasferita negli Stati Uniti e per me è stato veramente uno choc culturale l’incontro con l’America. Mi sono trovata a vivere in una zona rurale molto diversa dall’immagine iper-moderna e urbanizzata che spesso abbiamo degli Stati Uniti. In quel contesto ho sentito un bisogno viscerale di trovare un nuovo senso di appartenenza e di elaborare la forte nostalgia che provavo. Il libro nasce allora dalla volontà di ordinare dentro me sequenze, immagini situazioni che mi portavo dentro in maniera confusa da molti anni e che ho cercato di proporre in maniera asciutta, senza eccedere in romanticismi e retorica”.

In effetti la sua scrittura appare molto controllata, ma non per questo fredda, scarna senza essere distaccata. È stata una scelta precisa?

“Ho lavorato molto sulla scrittura, avendo come termine di paragone Cesare Pavese ma provando a distanziarmi da questo modello ideale. Sicuramente ho cercato di proporre una scrittura asciutta, in cui luoghi, personaggi e situazioni si dispiegassero in maniera naturale, senza forzature retoriche”

Quanto c’è di autobiografico nel romanzo?

“Ci sono tanti elementi della mia vita che si mescolano nel romanzo. Luoghi in cui è cresciuta mia madre, luoghi dove ho vissuto io. Per esempio, ho fatto la postina nel Parmense e mi aggiravo in bicicletta lungo gli argini del Po come capita al personaggio di Alda. Poi c’è il fatto che anche io mi sono trasferita vicino al Po negli anni Settanta con i miei genitori come fa la famiglia di milanesi di cui parlo nel romanzo. Insomma, ho mescolato biografia, dati reali alla voglia di raccontare una storia, non certo una cronaca.”

Nel suo romanzo a scompigliare, direi involontariamente, le carte è il pastore Nazareno, un nomade che arriva all’interno di un piccolo universo sedentario, ostile al cambiamento. Come mai proprio è un personaggio come questo a innescare il cambiamento?

“Volevo portare all’interno del mio libro un personaggio giovane, che vive a contatto con la natura e non ha troppi grilli per la testa. È un personaggio che vive in completa libertà e si muove lungo percorsi ancestrali come sono quelli della transumanza. Mi piaceva creare un personaggio capace di promettere libertà e in qualche modo di donarla, anche in maniera inconsapevole, agli altri”.

Il romanzo è ambientato all’interno di una piccola comunità molto chiusa, dove non si risparmiano cattiverie e violenze nei confronti di chi è diverso. È il rischio di ogni piccola comunità quella di diventare facilmente un coacervo di conformismo, maldicenze e crudeltà?

“Il sospetto e il gusto per il pettegolezzo malevolo che spesso esistono nelle realtà chiuse sono realtà che ho visto con i miei occhi e che ha provato mia madre direttamente sulla propria pelle quando ci siamo trasferiti da Milano sulle rive del Po. Emerge in questi luoghi una diffidenza profonda, bigotta per ogni diversità, per tutto ciò che appare fuori dal coro. Capita però anche nelle grandi città, anche se magari ce ne accorgiamo di meno… o facciamo finta di accorgercene di meno”.

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