La sventurata: l’infinito, irresistibile mistero della monaca di Monza
Edgarda Ferri ricostruisce uno dei più famosi processi della storiaPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Chi era suora Virginia Maria, al secolo donna Marianna de Leyva? Un’infelice, una donna appassionata e innamorata? Una vittima oppure una carnefice? Un’assassina oppure il capro espiatorio con cui purificare e giustificare le ipocrisie, le ingiustizie e le discriminazioni di un’intera comunità, quella della Milano spagnola del Seicento?
Con la sensibilità e l’arguzia a cui ci ha abituato in tanti suoi libri Edgarda Ferri prova a sciogliere questi quesiti attorno alla figura di quella che da secoli chiamiamo, manzonianamente, la “monaca di Monza”. Lo fa nel suo ultimo lavoro, La sventurata (le Piccole pagine, 2026, Euro 16,00, pp. 203), non una biografia ma uno scavo negli interrogatori e negli atti del processo che riguardò suor Virginia Maria tra il 1606 e il 1608. L’accusa: perdita consensuale della verginità, fornicazione, sacrilegio carnale, omicidio volontario della conversa Caterina da Meda, sospettato concorso nell’omicidio dello speziale Rainerio Roncino, consenso a pratiche magiche. Alla fine, una condanna durissima, con la reclusione in una cella dotata di una sola finestra con grata come apertura sul mondo. Una grata a perenne ricordo che pur sepolta, lei era in vita e non era ancora giunto il momento della consolazione della morte.
Sulla base dei documenti dell’epoca, degli atti e delle trascrizioni notarili, Edgarda Ferrin ci fa assistere - spettatori privilegiati di fronte al palcoscenico della storia - alla lunga serie degli interrogatori. Ben venticinque tra testimoni e imputati sfilarono innanzi all’indagatore: badesse, monache, cuoche, infermiere, stiratrici, servi, giardinieri, fattucchieri, un prete. Venticinque persone che in un continuo contraddirsi, accusare, discolpare, discolparsi, giurare, spergiurare, incolpare il diavolo, svelare irripetibili intimità, grottesche superstizioni e delitti fornirono all’inquisitore tutti gli elementi di una morbosa vicenda di amore e di morte. Una vicenda in cui s’intrecciavano passioni carnali e brutali omicidi, elementi che portarono all’inevitabile condanna di suor Virginia e di tutti i suoi complici.
Eppure, nonostante le sue innegabili colpe, leggendo le pagine che Edgarda Ferri le dedica, non si può non prendere le parti di suor Virginia, non si può rinunciare a comprendere. Ci si ritrova a vestirsi dei panni di questa giovane donna vittima dei meccanismi della società del suo tempo e della classe sociale a cui apparteneva. Certo nel Seicento nascere nobili poteva essere un privilegio…oppure una sventura come fu per donna Marianna. Una sventura perché femmina in una aristocrazia dove solo i maschi contavano. Una sventura perché perse la madre quando non aveva che due anni e il padre - il conte don Martino della potente famiglia de Leyva - vide in quella figlia orfana solo un problema, un peso economico di cui liberarsi il prima possibile una volta risposato e divenuto padre di tre figli maschi.
A quel punto Marianna, a soli tredici anni, venne “posata”, per usare il verso utilizzato nei documenti dell’epoca, nel più povero e inquieto monastero di clausura di Monza. “Posata”, proprio così. È questo il verbo - meschino e crudele per le implicazioni che ha comportato - che ha acceso l’attenzione di Edgarda Ferri e che l’ha spinta a voler sapere di più di una ragazza nobile che anziché lasciata libera di vivere venne depositata, alla stregua di un oggetto, in un luogo appartato, lontano dalla vita di tutti. Estraniata dal mondo. Dimenticata e poi indimenticabile, perché enigmatica: fluida, sfuggente, gelida, innamorata, appassionata, assassina. L’enigma per eccellenza. Un infinito, irresistibile mistero.
