La musica per Raphael Gualazzi: «Una benedizione, la sogno ancora»
Questa sera l’artista sarà in concerto a QuartuPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Dice che la musica è un'urgenza, un lavoro, un bisogno e persino una benedizione. Lo ha capito prestissimo: «A dodici anni ero già ossessionato. Non avevo certezza di ciò che avrei fatto da grande e cosa avrei suonato, ma sapevo che sarei diventato musicista».
Trentadue anni dopo è evidente che l'intuizione di Raphael Gualazzi - 44 anni, sette album pubblicati, compositore, pianista e cantautore di fama internazionale - fosse giusta. Figlio d'arte - papà Velio fondò con Ivan Graziani gli Anonima Sound -, un Sanremo vinto - nel 2011, sezione giovani -, oltre a una sfilza di riconoscimenti e palchi sparsi per mezzo mondo. Questa sera, alle 21, sale su quello del parco di Molentargius, a Quartu, in occasione del Festival della cultura.
Ultimo album, Dreams... lei sogna?
«Sogno la musica, la possibilità di continuare a vivere la mia contentezza per questa meravigliosa arte. Che è insieme una vocazione, un lavoro, una necessità e un’urgenza».
Figlio d’arte: vantaggi e svantaggi.
«Svantaggio nessuno: per fortuna non ho mai imparato a suonare la batteria. Forse mi sarebbe anche piaciuto, ma non ho mai avuto un’attrazione così forte».
Papà musicista, sua madre?
«Lei è una bravissima ceramista, mi ha sempre insegnato il senso più puro dell’arte, l’importanza di essere autentici e di sperimentare, pur onorando le radici. Sempre lei mi ha sostenuto nelle prime lezioni di pianoforte e stimolato a cantare nel coro».
Musicista o disoccupato: non aveva altre opzioni?
«L'ho detto, ma in realtà la vita è sempre piena di sorprese. Certo sarebbe stato comunque un lavoro legato alla musica».
Gualazzi adolescente.
«Ero molto timido, impacciato e ossessionato dalla musica. Pur non sapendo cosa avrei fatto nella vita e cosa avrei suonato avevo la certezza che sarei diventato musicista. Ho vissuto la mia adolescenza abbastanza in ritardo, gli anni li ho spesi a studiare e imparare il pianoforte».
Che suono fa il successo?
«Non so neanche cosa sia. Io credo che la fama sia una cosa e il successo un altro. Il vero successo è quello che può avere un pastore o un operaio che si alza la mattina ed è innamorato del suo partner, della sua famiglia, del lavoro».
La fama?
«Quando ti conoscono e vengono ad applaudirti tutti».
Pesa il giudizio?
«Sei tu che stabilisci quanto e metti l'asticella. Il senso della contentezza è lì, e non significa accontentarsi».
Sanremo è...
«Figo! Una festa per la musica popolare italiana. Una volta c’era più Jazz, confido ritorni. Ma è sempre stato un luogo magico per la canzone».
Ha ancora senso?
«Chi sono io per dirlo? Nel 2011 ho vinto nella sezione giovani, una bella esperienza; altre volte ho partecipato in altre vesti. Il tempo passo, le mode cambiano, Sanremo resiste».
Dove si trova l’ispirazione?
«Più che altro dove ti trova!».
Dove?
«In diversi luoghi, può succedere davanti a un tramonto, sul lago, magari nel rumore del motore dell’auto. Io mi ricordo quando ho scritto Follie d’amore: mi sono ispirato al rumore di tre spie. Ci trova nel momento in cui siamo vulnerabili alla bellezza».
Pensa davvero che la musica sia una benedizione?
«Non in senso religioso, ma spirituale».
In che senso?
«La musica è un veicolo sublimante per tutte quelle che sono le nostre emozioni, ti aiuta a ritrovare la tua armonia interiore e diventa veicolo espressivo per ciò che sei. Pensa ritrovarti a casa in una giornata difficile: metti su un disco senza troppe pretese, in venti minuti ti rimette a posto i pensieri».
