Nel 1963, su un campetto di periferia dove si gioca con scarpe consumate e palloni rattoppati, una squadra di ragazzi condivide molto più della passione per il calcio. Nessuno scommetterebbe su di loro, tranne il loro allenatore, che vede in quei giovani qualcosa che gli altri non riescono a scorgere: talento, determinazione e la capacità di diventare una vera squadra. Partita dopo partita, il sogno di partecipare al Campionato Nazionale sembra diventare sempre più vicino. Ma il cuore della storia di questi ragazzi non è soltanto la competizione sportiva: è il racconto di un gruppo di giovani che imparano il valore dell'impegno, della lealtà e del sostegno reciproco, trasformando il calcio in una scuola di vita.

Con Quando eravamo invincibili (Einaudi Ragazzi, pp. 240) Leili Maria Kalamian e Matteo Eremo firmano un romanzo ispirato a una storia vera che parla di sport, amicizia e crescita, ricordando ai lettori che la fiducia può cambiare il destino di una persona e che sentirsi invincibili, a volte, significa semplicemente sapere di non essere soli.

A Leili Maria Kalamian abbiamo chiesto come ha conosciuto questa storia e perché ha deciso di raccontarla?

«L'idea del libro è sorta dalla visione di un documentario che il fotografo e documentarista Claudio Rancati mi aveva mostrato (Il paese nella città, visibile su Youtube), girato con il regista Davide Calda nel 2011 e dedicato alla storia di un quartiere povero e inquinato di periferia di Piacenza. Vi è presente un’intervista ad uno storico allenatore di squadre giovanili, Mario Lovattini (morto nel 2025) che narrava la vicenda dell'Olimpia San Sepolcro, una squadretta di ragazzi senza possibilità economiche, che giocava su un campo di sabbia. L’Olimpia San Sepolcro, nel 1962/63, riuscì a scalare la classifica e vivere il sogno del Campionato nazionale, fino alle fasi finali a Rimini, dove, però, l'incontro col mare -che nessuno dei componenti della squadra aveva mai potuto vedere- fu un'emozione tale da rivoluzionare i sogni e le priorità dei ragazzi. Questa storia vera mi aveva conquistato, ma non avevo mai scritto di calcio. Ho allora coinvolto un altro scrittore piacentino come me, Matteo Eremo, autore del romanzo storico Il calcio è musica. Eremo ha accettato e si è subito immerso nella ricerca di notizie nell’archivio dello stesso allenatore. Dopo aver ritrovato e ascoltato testimoni, ci siamo tuffati nella storia ed è nato un romanzo in cui le due scritture si sono amalgamate in modo vivo, intrecciando le voci dell’allenatore e di tutti gli elementi della squadra che raccontano il loro pezzettino della vicenda, trascinando il lettore quasi in un film».

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Che tipo di ragazzi sono i protagonisti della storia?

«Sono molto simili a quelli di oggi, vivono situazioni, relazioni tra pari e sentimenti che non sono cambiati nel tempo, anche se passavano il tempo libero al bar del quartiere col calciobalilla e non a giocare alla Playstation. Le situazioni di difficoltà e povertà c’erano allora come oggi, ma un tempo le famiglie chiedevano ai ragazzi di lasciare presto la scuola per lavorare e aiutare economicamente, oggi l’obbligo scolastico lo impedirebbe».

C'è un personaggio del libro a cui è particolarmente legata e perché?

«In realtà abbiamo amato tutti i nostri personaggi. Ma forse sì, ho un debole per il personaggio di Tullio, perché è una persona a cui voglio realmente bene ed è stato meraviglioso ascoltare i suoi racconti vivissimi e ricchi di particolari sulla vita di tutto il quartiere: ricordava esattamente i luoghi della storia, gli scherzi che si facevano, i fumetti e addirittura le caramelle che mangiavano. Il bello è che quando li racconta torna davvero bambino anche lui: nella scrittura ho lasciato che venisse fuori la sua voce spontanea e scanzonata».

Finito il libro quale emozione o sentimento le è rimasto dentro maggiormente?

«La semplicità di quel mondo, la capacità di meravigliarsi che oggi hanno ancora i bambini ma i ragazzi perdono presto, mentre allora l’infanzia e la sua innocente felicità durava di più. Quando i protagonisti, giunti a Rimini, vedono per la prima volta il mare è un momento molto divertente e al contempo commovente».

Perché “Quando eravamo invincibili” è un racconto che ha qualcosa da dire a ragazzi e ragazze di oggi?

«Intanto entrano nei panni dell’allenatore e possono capire che chi educa, anche quando è severo, in realtà vuole il bene dei suoi ragazzi. Si parla anche di ambiente e si può capire che un tempo sono stati fatti di nascosto disastri che hanno coinvolto la sicurezza e la salute di intere comunità. La fabbrica di cui si parla nel libro, ad esempio, soltanto ora, più di sessant’anni dopo i fatti che abbiamo narrato, ha terminato il lungo iter di bonifica. Poi c’è un altro aspetto: fu il quartiere a fare una colletta per permettere alla squadra di andare a giocare la fase finale del Campionato, e questo mostra che c’era molta solidarietà: il poco si divideva. I protagonisti giocavano a calcio con scarpe di fortuna e su un campo di sabbia, la tv era un lusso di pochi, eppure erano felici. Oggi molti ragazzi hanno abiti firmati e cellulari costosi, ma spesso sono più soli e tristi proprio perché non vengono educati a giocare nei cortili o nei campetti, con la semplicità che c’era allora. Ci piace pensare che possa essere un libro letto da tutta la famiglia e anche a scuola può essere amato da studenti e studentesse, trattando anche di temi utili, come l’uguaglianza di genere nello sport».

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