In odore di eresia
Nel libro di Adriana Valerio storie di donne che riflettono, osano e resistonoPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
La storia della Chiesa e del cristianesimo è percorsa interamente dal fenomeno dell’eresia e dello sforzo da parte di chi possedeva il potere oppure si riteneva detentore della “verità assoluta” volto a schiacciare ogni forma di dissenso o di pensiero eterodosso. In questo modo l’eresia, termine che dal punto di vista etimologico significa semplicemente “scelta”, divenne sinonimo di “errore”, ma anche di ribellione e dissenso contro l’autorità.
In questa lotta antica e destinata a non finire mai tra ortodossia ed eterodossia, tra antico e nuovo, tra poli diversi che invece di fecondarsi vicendevolmente entravano in drammatico conflitto si sono distinte molte donne. Profetesse, mistiche, false sante, streghe, riformatrici e libere pensatrici: sono le eretiche che hanno scosso equilibri consolidati, affrontato ostacoli enormi e spesso pagato a caro prezzo il coraggio delle loro scelte. Condannate, perseguitate, ridotte al silenzio, le loro storie sono state a lungo trascurate, mentre la storia dell’eresia veniva raccontata soprattutto attraverso figure maschili.
La storica e teologa Adriana Valerio colma questo vuoto nel volume Eretiche (il Mulino, 2026, pp. 168, anche e-book) nel quale restituisce all’eresia il suo significato originale di scelta consapevole. E lo fa dando voce alle vite di donne straordinarie: dalle montaniste a Margherita Porete, a Giovanna d’Arco e Marta Fiascaris, fino alle protagoniste dell’Anticoncilio del 1869 e alle moderniste.
Donne colpevolmente dimenticate che riacquistano vita grazie al racconto di Adriana Valerio che riporta sul palcoscenico dell’attualità figure di grande spessore e forme di vita religiosa sorprendentemente in anticipo sui tempi.
Esemplare da questo punto di vista fu l’esperienza delle beghine. Le beghine nacquero nel Duecento, portando una ventata di novità nel cristianesimo medievale. Erano infatti donne che si consacravano a Dio e vivevano in comunità, ma senza entrare in monastero o in convento e senza appartenere ad alcun ordine religioso. Decidevano di vivere una vita di preghiera al servizio di chi aveva bisogno, ma anche di privilegiare la propria libertà individuale all’appartenenza alla Chiesa. Spesso si trattava di ragazze giovani e ribelli, provenienti da famiglie della ricca borghesia e dell’aristocrazia, che avevano respirato il clima culturale dell’amor cortese – un clima che esaltava le virtù femminili incrinando leggermente la diffusa concezione di una totale superiorità del maschio – e che, per questo, intendevano mantenere la propria libertà da ogni figura maschile (fosse questo un marito, un padre, un fratello o un ecclesiastico).
Le beghine crearono quindi una mistica basata non tanto sul legame con la Chiesa – con la quale comunque non cercavano la rottura – ma sull’unione con il messaggio di Cristo, da vivere in piena libertà. Il loro movimento ebbe un successo clamoroso nel Duecento, soprattutto nell’odierno Belgio e in Germania, dove si contavano circa duecentomila donne che vivevano nei beghinaggi. E proprio questo successo mise in allarme le istituzioni della Chiesa: il movimento venne condannato nel concilio di Vienna del 1311 e molte beghine dovettero accettare di entrare a fare parte all’ordine delle terziarie francescane per continuare la loro esperienza di vita comunitaria e di preghiera. Chi non abbassò la testa fece una brutta fine come accadde a una delle figure ricordate da Adriana Valerio nel suo libro. Il 1° giugno del 1310 a Parigi Margherita Porete, beghina di origine aristocratica proveniente dallo Hainaut o da Valenciennes, fu arsa sul rogo per non aver voluto ritrattare i contenuti del suo libro, Lo specchio delle anime semplici.
L’argomento centrale del libro riguardava la liberazione dell’anima che si otteneva passando per sette gradi di ascesi al termine dei quali si giungeva alla perfezione assoluta, alla reintegrazione della creatura nel Creatore. Si trattava, evidentemente, di una proposta ascetica rivolta ad anime eccezionali e non a tutti i fedeli. L’autrice distingueva due Chiese: la grande composta dalle anime semplici, annientate in Dio, e la piccola formata dalle gerarchie ecclesiastiche. Ponendosi non contro, ma sopra quest’ultima, Margherita Porete non chiedeva che le anime perfette prendessero il posto della Chiesa gerarchica, ma che quest’ultima si aprisse nella forma del riconoscimento e dell’accettazione di quelle anime grandi che hanno con Dio un rapporto assolutamente libero. Questa concezione rendeva del tutto superflua per costoro l’esistenza della Chiesa, e inevitabilmente non poteva essere che condannata e identificata come eretica dalle gerarchie. Per Margherita, la perfezione religiosa era liberazione da tutti i vincoli terreni e umani: “L’anima non ha cura d’alcuna cosa; non ha onore, non ha vergogna; non ha povertà, non ha ricchezza; non ha allegrezza, non ha tristizia; non ha amore, non ha odio; non ha inferno, non ha paradiso”.
Margherita Porete, come altre donne sante vissute tra XIV e XV secolo, contribuì ai processi di interiorizzazione e spiritualizzazione della religiosità – che si sarebbero poi affermati in età moderna, spingendo la Chiesa a interventi repressivi – ma anche al tentativo, in larga parte riuscito, di appropriarsi della santità femminile ricomponendo situazioni di marginalità, tensione e instabilità. Insomma a donne come Margherita Porete si deve tanta parte del sentire religioso attuale: donne, come Margherita, determinate a lottare, conoscere, predicare ed esercitare ministeri in nome di una Chiesa inclusiva e senza confini.
