La grafia corsiva è sempre meno praticata nelle scuole e nella vita di tutti i giorni a vantaggio dello stampatello, più semplice da imparare e da “praticare”. La nostra, non a caso, è l’era della praticità e dell’immediatezza, un’epoca in cui anche un sms può sembrare troppo complesso ed elaborato. Questo spirito del nostro tempo soffia contro il corsivo: bello, affascinante con i suoi ghirigori e sbuffi, così indicativo della personalità di chi scrive, ma nello stesso tempo un tipo di scrittura che richiede applicazione, metodo, anche esercizio.

Quelle cose, insomma, che si insegnano e che si fanno ancora – poco e male e chissà per quanto – solo nei primi mesi di scuola.

L’ora dello stampatello - Sempre più persone, allora, si chiedono se abbia ancora senso trascorrere ore e ore a collegare lettere e a giostrare la penna quando poi lo stampatello risolve tutto, in modo semplice, chiaro, leggibile.

Certo, quelle lettere tutte linee e tratti netti sono un poco standard, anonime al massimo grado, però ci evitano certe personalissime interpretazioni della scrittura corsiva che fanno sembrare alcune ricette mediche simili al tracciato di un elettrocardiogramma. Proprio in nome della praticità e della modernità già ora nella maggior parte degli Stati Uniti il corsivo non si insegna più. Anzi, difendere questo tipo di scrittura è considerato da reazionari nostalgici della penna d’oca e dell’inchiostro. Stampatello, quindi, se sei per il progresso, corsivo se vuoi fermare le lancette del tempo.

Rivoluzione e controrivoluzione - Una nemesi storica quella del corsivo, una grafia che per secoli è stata considerata innovativa e all’avanguardia, quasi una conquista della mano scrivente, perché mostrava l’abilità umana nel collegare tra loro le lettere, nel farle “scorrere” rapidamente – perché corsivo deriva dal latino currere – sul foglio.

Insomma, il corsivo era la grafia della velocità e dell’abile scrivano, lo stampatello quella del quasi analfabeta e, più tardi, della stampa. Il corsivo per scrivere, lo stampatello per leggere: erano questi i campi d’azione. Oggi lo stampatello si è preso invece tutto lo spazio, in nome della sua maggiore semplicità e quindi evviva questa grafia, che, come ci insegnano gli esperti, permette alle persone con disturbi specifici dell’apprendimento – come la disgrafia – una migliore decodifica della scrittura. Nelle scuole, allora, meglio puntare su materie più essenziali della calligrafia, almeno secondo molti.

Cosa ci perdiamo? - L’importante è sapere cosa ci perdiamo assieme alla bella scrittura corsiva. Per alcuni pedagoghi e psicologi dell’età evolutiva imparare a collegare le lettere consente ai bambini di sviluppare meglio la sequenzialità dei pensieri grazie al fatto che devono realizzare una sequenzialità di segni grafici. Inoltre, con il suo scorrimento continuo, il corsivo ha una valenza profonda nell’acquisizione di competenze basilari di ordine cognitivo e psicomotorio e di abilità manuali e di pensiero.

Non staccare mai la penna dal foglio obbliga a percepire l’insieme e il parziale in un unico momento e a organizzare gli spazi, oltre a richiamare meglio i percorsi spesso tortuosi del pensiero rendendo flessibili e originali con il suo flusso continuo. Così, una vecchia abitudine come quella della scrittura a mano rischia di essere soppiantata e la cara vecchia scrittura corsiva potrebbe essere dimenticata del tutto. È la tesi dello psicologo Giuseppe Rescaldina e della grafologa Irene Bertoglio, esposta nel bel libro Corsivo, encefalogramma dell’anima (La Memoria del Mondo, 2017, Euro 18,00, pp. 224).

Elegia di una grafia - Lo stampatello – lo diciamo a rischio di essere tacciati di vetero-grafismo – sa tanto di omologazione e di globalizzazione ed è per questo che vincerà la sfida, prima di essere spazzato via a sua volta da un bel dittafono 6.0 o 7.0 o da una lunga sequela di emoticons.

Intanto il corsivo già un poco ci manca, soprattutto se in bella calligrafia, che evidenzia il desiderio di imparare l’arte di saper fare bene e di mettere cura in ogni tratto di penna, senza errori, senza sbavature, con eleganza e con leggerezza. Cose che servono anche nel mondo di oggi come insegna un piccolo aneddoto riguardante Steve Jobs: proprio lui, icona della modernità, infatti, al College seguì corsi di calligrafia.

Ci piace allora pensare che l’idea di Jobs di realizzare oggetti belli e non solo funzionali nacque in quelle sedute penna in mano, a collegare lettere, con gusto e attenzione, senza mai staccare la penna dal foglio.

La copertina del libro
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