Si apre venerdì 15 giugno nella cornice del Lazzaretto di Sant'Elia la mostra fotografica di Antonio Mannu "Migrazioni – I sardi nel mondo", la tappa cagliaritana di un ampio progetto sulla migrazione isolana contemporanea, realizzato dall'Associazione Ogros tra il 2008 e il 2016, per raccontare tante storie di 'partenza' attraverso le voci e i volti degli stessi protagonisti.

Nell'arco di oltre 7 anni di lavoro, attraverso immagini e interviste videoregistrate, Andrea Deiana, Tao Mannu Luis Murrighile, Paola Placido e Antonio Mannu hanno raccolto le testimonianze di più di 170 persone in 21 Paesi di 4 diversi continenti, ritraendole nella quotidianità delle loro nuove vite in ogni angolo del mondo.

Nei loro racconti personali c'è il rapporto mai spento con la terra d'origine e il profondo senso d'identità che ci si porta dietro mentre lontano da casa si reinventa una vita diversa, come spiega l'autore degli scatti.

Girare il mondo alla ricerca dei sardi: un progetto ambizioso e impegnativo, ci può spiegare com'è nato?

"È nato tutto da un ragionamento fatto insieme all'amico Mario Balsamo, documentarista romano. Entrambi volevamo concederci un anno per così dire 'sabbatico' e ci è venuta l'idea di fare il giro del mondo. Essendo io fotografo e lui documentarista abbiamo pensato di dare anche un senso professionale al progetto e visto che proprio allora, era il 2007, si iniziava a parlare di globalizzazione, la chiave del racconto poteva essere il rapporto globale-locale: la grande cornice del mondo in cui andare a ricercare persone che avessero in comune la provenienza dalla 'piccola' Sardegna e che per tante ragioni si portavano dietro un senso d'appartenenza particolare, tipico appunto degli isolani. Il fatto che i sardi siano un po' dappertutto nel mondo ci ha senz'altro aiutati".

Un'emigrazione che ha una lunga storia e che resta un fenomeno molto attuale.

"Aggiungo che proprio mentre noi pensavamo a questo progetto iniziavano i primi sbarchi critici di migranti e in Italia si risvegliavano sentimenti di rifiuto, così all'idea iniziale di 'incontro' con chi era partito dalla terra sarda si è aggiunta anche un altra finalità: invece di ragionare su chi arrivava in maniera precaria, volevamo ragionare sul fatto che noi stessi continuavamo a partire e in linea di massima eravamo ovunque bene accetti. Come a dire: stiamo attenti, stiamo dicendo alle persone che arrivano qui 'tornatevene a casa', mentre noi l'abbiamo fatto e continuiamo a farlo. Anzi, negli ultimi anni ho notato che il fenomeno dalla Sardegna è sempre più in aumento, e non riguarda più soltanto i giovani".

Un fenomeno che attraversa le generazioni: è emerso anche nel vostro lavoro?

"Sì, a seconda dei Paesi si possono trovare esempi di emigrazione del passato o più recente: in Argentina, ad esempio, ci sono emigrati di vecchia data che non sono mai più tornati nelle terre d'origine, e così negli Stati Uniti, in Australia e in Cile, dove abbiamo conosciuto i discendenti di un uomo partito dalla Sardegna nel 1905, che per 90 anni non hanno mai avuto contatti con i loro parenti sardi, e poi, dopo il nostro incontro, hanno persino dato vita a un circolo sardo a Santiago del Cile. Diverso il caso delle mete europee, ad esempio in Spagna, che fino a qualche decennio fa non era tra i luoghi più gettonati e dove abbiamo conosciuto una signora molto anziana che si era trasferita negli anni '60 dopo essersi sposata e in parallelo emigrati molto giovani, sempre più attratti da questo Paese".

C'è un filo rosso che lega tra loro queste storie di "partenza"?

"Direi che tra chi non è nato in Sardegna e ha origini sarde è fortissimo il senso di appartenenza all'Isola, quando invece si tratta di situazioni miste, in cui solo uno dei genitori ha origini sarde, pesa di più il senso generale di 'italianità'. Poi tra gli emigrati più recenti c'è un tratto comune che definirei 'olfattivo': tutti quelli che stanno fuori hanno raccontato che quando tornano in Sardegna la prima cosa che sentono è il suo caratteristico profumo, un po' come diceva Napoleone a proposito della 'sua' Corsica. L'odore della terra che si avvicina e si sente ancora prima di vederla. Ed è una sensazione trasversale, che abbiamo riscontrato in persone diversissime tra loro, insieme al legame fortissimo con il mare. Il mare sardo, s'intende".

I ritratti dei \"Sardi nel Mondo\" realizzati da Antonio Mannu: nell'immagine il fotografo sassarese Marco Crillissi a Smirne in Turchia nel 2011
I ritratti dei \"Sardi nel Mondo\" realizzati da Antonio Mannu: nell'immagine il fotografo sassarese Marco Crillissi a Smirne in Turchia nel 2011
I ritratti dei "Sardi nel Mondo" realizzati da Antonio Mannu: nell'immagine il fotografo sassarese Marco Crillissi a Smirne in Turchia nel 2011
Giuseppe Maria Pilo ritratto nel 2010; originario di Sassari, vive in Qatar ed è sposato con una giornalista egiziana di Al Jazeera International
Giuseppe Maria Pilo ritratto nel 2010; originario di Sassari, vive in Qatar ed è sposato con una giornalista egiziana di Al Jazeera International
Giuseppe Maria Pilo ritratto nel 2010; originario di Sassari, vive in Qatar ed è sposato con una giornalista egiziana di Al Jazeera International
Cesare Arui, cagliaritano trasferitosi a Dubai per conto della Thales e poi rientrato in Sardegna da pensionato
Cesare Arui, cagliaritano trasferitosi a Dubai per conto della Thales e poi rientrato in Sardegna da pensionato
Cesare Arui, cagliaritano trasferitosi a Dubai per conto della Thales e poi rientrato in Sardegna da pensionato
Monica Cappello, archeologa cagliaritana che ha intrapreso la carriera di assistente di volo. Nella foto a Dubai nel 2010
Monica Cappello, archeologa cagliaritana che ha intrapreso la carriera di assistente di volo. Nella foto a Dubai nel 2010
Monica Cappello, archeologa cagliaritana che ha intrapreso la carriera di assistente di volo. Nella foto a Dubai nel 2010
Maria Antonietta Mulas, nata a Sassari. ha vissuto per anni ad Ankara e poi a Città del Messico
Maria Antonietta Mulas, nata a Sassari. ha vissuto per anni ad Ankara e poi a Città del Messico
Maria Antonietta Mulas, nata a Sassari. ha vissuto per anni ad Ankara e poi a Città del Messico
Angela Nulchis, sassarese arrivata in Argentina all'età di 3 anni, ha aperto il ristorante \"Sa Giara\" a Buenos Aires
Angela Nulchis, sassarese arrivata in Argentina all'età di 3 anni, ha aperto il ristorante \"Sa Giara\" a Buenos Aires
Angela Nulchis, sassarese arrivata in Argentina all'età di 3 anni, ha aperto il ristorante "Sa Giara" a Buenos Aires
La violinista Adele Madau, nata a Pirri, ritratta a Barcellona nel 2009 mentre suona il violino con un coltello artigianale
La violinista Adele Madau, nata a Pirri, ritratta a Barcellona nel 2009 mentre suona il violino con un coltello artigianale
La violinista Adele Madau, nata a Pirri, ritratta a Barcellona nel 2009 mentre suona il violino con un coltello artigianale

Nelle vostre interviste avete riscontrato difficoltà di integrazione?

"In generale direi di no, non so se è una capacità propria dei sardi o se anche grazie alla mediazione dei circoli chi partiva non si trovava isolato e poteva contare su un senso di coesione e solidarietà. Anche quando l'emigrato aveva avuto vita dura, il riscontro era comunque di un rapporto positivo con il luogo di approdo, con il lavoro e la gente del posto. Non ci è mai capitato che qualcuno ci dicesse che stava male o che aveva subìto atteggiamenti razzisti. Certo, in Argentina abbiamo raccolto i racconti di persone che hanno vissuto sotto la dittatura militare, di una madre di una persona perseguitata dal regime, di conoscenti di desaparecidos sardi, ma le loro difficoltà avevano a che fare più col contesto politico che con la loro origine".

La ragione primaria della partenza è sempre stata il lavoro?

"Sì, soprattutto in passato si partiva quasi esclusivamente per quello, c'era qualche briciola di voglia d'avventura di qualche spirito romantico che voleva vedere il mondo, ma il bisogno di mantenere se stessi e le proprie famiglie era la prima motivazione. Se non la miseria più dura. Ricordo un ex pastore di Orani partito nei primissimi anni '50 dopo aver fatto la campagna di Russia, e dopo una vita di veri e propri stenti, dormendo all'aperto e coprendosi solo con la corteccia delle sughere. Poi, dopo esser emigrato in Argentina, aveva trovato lavoro nelle ferrovie e una sistemazione dignitosa. Oggi la situazione è nettamente migliorata, ma resta il fatto che soprattutto i giovani partono perché non hanno alternative".

L'integrazione c'è anche nei Paesi più diversi dal nostro, a livello culturale o religioso?

"Siamo stati in Qatar, Bahrein, Emirati e in Turchia, certo ci sono limiti più stringenti che altrove e la regola generale è 'tenetevi i vostri costumi, noi abbiamo i nostri e dovete rispettarli', ma non ho registrato esperienze di chiusura totale. Bisogna poi considerare che anche all'interno di questi Paesi ci sono delle differenze nette a livello di aperture, tra le metropoli più 'internazionali', come Istanbul o Dubai, e quelle meno urbanizzate. Anche se, va detto, la Turchia sta cambiando moltissimo dopo il fallito golpe".

L'Italia e la Sardegna come vengono viste?

"Parlando di Italia spesso venivano fuori ragionamenti critici sulla situazione politica, mentre sulla Sardegna il ritornello era che noi sardi viviamo in un luogo dalle potenzialità immense e inespresse, dove si vive bene e dove si potrebbe vivere molto meglio, dove potrebbe esserci lavoro per molte più persone e magari anche di qualità. In proposito ricordo l'incontro con un direttore finanziario di una joint venture italo-turca a Istanbul, ex manager Fiat che aveva vissuto in Irlanda, Gran Bretagna e Spagna, che ci raccontò un'idea molto suggestiva per rilanciare l'Isola: renderla un luogo unico al mondo dove fosse bandito il motore a scoppio, facendola diventare una sorta di Eden, anche dal punto di vista dell'agricoltura, per produrre esclusivamente secondo le regole del biologico, e farla diventare un marchio unico al mondo. Un'iperbole forse, ma ci è capitato spesso che da fuori le persone dessero consigli su come gestire meglio la Sardegna, ad esempio riguardo al turismo, lamentando un'attenzione minore che altrove alla formazione del personale".

Qualcuno ha provato a tornare?

"Molti, ma il ritorno non è stato quasi mai positivo. Chi è tornato ha trovato un ambiente professionale poco incline al lavoro di squadra, ha sentito piuttosto un senso di fastidio e diffidenza verso chi cercava di essere propositivo o intraprendente".

170 Incontri in 21 Paesi: c'è una storia che l'ha colpita particolarmente?

"La storia che forse emotivamente ci ha toccato di più è quella di un anziano signore di Buenos Aires che per gran parte della sua vita aveva fatto il cameriere in una gelateria, frequentata soprattutto dagli abitanti di un vicino palazzo borghese. Poi, quando era troppo anziano per continuare a lavorare, proprio i condomini gli avevano offerto di diventare il loro portinaio, e più tardi, divenuto ancora più anziano, gli avevano dato un mini appartamento all'interno dello stabile. Ci ha accolto con un entusiasmo travolgente, leggendoci una poesia di benvenuto in sardo e sempre in sardo ci ha raccontato la storia della sua vita. L'abbiamo salutato con le lacrime agli occhi ed è stato in quel momento che ho capito perché stavamo facendo quel lavoro: il senso era l'incontro, più ancora del raccontarlo".

Barbara Miccolupi

(Unioneonline)

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