Gli eventi bellici correnti, con l’attacco sferrato in danno dell’Iran alle prime ore del mattino del 28 febbraio da parte di Stati Uniti e Israele, impongono alla Comunità Internazionale riflessioni importanti sull’andamento prossimo e futuro delle relazioni internazionali. Riflessioni sul modus operandi in primis, e sulla necessità/opportunità di quella che è stata definita, dai suoi stessi autori, quale azione preventiva in assenza, sembrerebbe, di una qualsivoglia esigenza difensiva.

La si voglia chiamare, come fa Tel Aviv, “Ruggito del Leone”, oppure “Operation Epic Fury”, come invece preferisce Washington, poco importa. Il nome non muta la sostanza. La democrazia non si esporta con le bombe. L’Unione Europea, il cosiddetto Vecchio Continente, ha potuto solamente prendere atto di un piano pre-organizzato, ed in qualche modo imposto (se si voglia consentire siffatta espressione), rispetto al quale non ha potuto neppure dire la sua e/o provare ad opporsi.

Khamenei, stando a quanto annunciato dagli organi di stampa, sarebbe morto ma, siffatta evenienza non appare quale circostanza risolutiva, specie all’interno di un contesto nell’ambito del quale sarà estremamente complesso rinvenire un apparato forte al punto da prendere le redini di un Paese complesso, quale appunto l’Iran, che intrattiene a sua volta relazioni ed alleanze assai complicate, se così le volessimo definire. A titolo esemplificativo, con la Russia di Vladimir Putin, il quale, per il tramite del proprio ministro degli esteri, ha voluto definire l’attacco come “un atto di aggressione armata pianificato e immotivato contro uno stato membro sovrano e indipendente delle Nazioni Unite, in violazione dei principi e delle norme fondamentali del diritto internazionale”.

Con buona verosimiglianza, il buon senso, sembrerebbe imporre una ferma presa di distanza da parte delle Istituzioni Europee, e dei singoli Paesi Membri nella loro interezza, rispetto ad una azione in alcun modo condivisa, e soprattutto perpetrata, sembrerebbe, in assenza di un effettivo attacco iraniano imminente formalmente accertato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Se ci volessimo assestare sul piano meramente giuridico-internazionalistico, allora, quella che appare alla stregua di una inedita strategia di intelligence militare, altro non sarebbe che il puro e semplice ripristino di un agire riconducibile ai meccanismi internazionali antecedenti rispetto all’istituzione delle Nazioni Unite. Tanto più allorquando si voglia delegittimare l’istituzione stessa di un sistema di sicurezza collettivo all’interno del quale il potere dei singoli sia compresso e condizionato dal decidere collettivo. L’istituto della guerra preventiva, nella circostanza, parrebbe essere stato invocato al solo fine di superare, eludendolo, il divieto dell’uso della forza, nel tentativo non troppo mascherato di accreditarlo quale risposta concreta per il ripristino degli equilibri mondiali. Ed ancor di più, allorquando, siffatto agire, non possa in alcun modo divenire una sorta di percorso parallelo ed alternativo/sostitutivo rispetto alle legittime soluzioni di carattere istituzionale.

Giuseppina Di Salvatore – Avvocato, Nuoro

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