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l'addio

Zola: "Perdere Maradona è stata una sassata alle spalle, era un fratello maggiore"

Il calciatore sardo: "Mi ha regalato le punizioni e il numero 10"
gianfranco zola (archivio l unione sarda)
Gianfranco Zola (archivio L'Unione Sarda)

"Perdere Diego è stata una sassata alle spalle".

E' il pensiero di Gianfranco Zola, ex di Parma, Chelsea e Cagliari che parla in una intervista a "La Repubblica" della morte di Diego Armando Maradona.

"E' stato un fratello maggiore. Con me, ragazzino debuttante in A tra tanti campioni, è stato molto disponibile. Mi ha insegnato tanto e non lo scorderò mai".

Zola con maradona ha vinto lo scudetto e una Supercoppa a Napoli: "Con Ciro e Antonio (Ferrara e Careca) ci siamo sentiti. Uno strazio. Abbiamo ricordato partite, ritiri, tifosi, risate, vittorie e le poche sconfitte: Diego è stato un grande, è sbagliato dipingerlo sbrigativamente. Chi ha avuto la fortuna di giocarci assieme ha avuto solo cose buone".

"Sapevo di uno stile di vita al di sopra delle righe, ma mai avrei pensato che potesse morire. Mi ha colto impreparato, è come se fosse scomparso uno di casa. Siamo stati in gruppo al suo matrimonio in Argentina, l'abbiamo commentato come fosse stata la cerimonia di un parente strettissimo".

Zola racconta le sue emozioni dopo averlo rivisto: "In campo per beneficenza, a Roma e a Manchester, una charity con Robbie Williams. Anche allora mi ha sfidato sulle punizioni: 'Sei migliorato, ma hai ancora da lavorarè mi disse. Ci siamo ritrovati alla festa per l'addio al calcio di Ciro al San Paolo. Non stava benissimo. Poi, l'ho sentito quando era a Dubai. Il ricordo più intenso? Era un numero uno. Ho avuto al fianco un genio che non ha mai fatto pesare l'immensità tecnica, la gestione della gara, l'intuito. Penso all'estro di Gascoigne o Best: monumentali per visione, gesti e qualità, fragili e perduti fuori dal campo. Maradona rimane un gigante, estremamente vitale per la mia carriera: se non lo avessi incontrato sarei rimasto un buon calciatore. Ha esaltato le mie abilità potenziali. Conserverò la sua immagine in campo e da persona che andava oltre i limiti. Senza far mai male a nessuno se non a sè stesso". "Dopo gli allenamenti, mettevamo le barriere per le punizioni: per lui, distanza e potenza da dare alla palla, erano dettagli. Mi spiegò come calibrare la traiettoria. Mi faceva calciare in porta mille volte dall'altezza della bandierina, quattro metri oltre la linea di fondo".

(Unioneonline/F)

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