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approfondimento

Dal campetto di Stia allo scudetto

L'incredibile arrampicata di Sarri sull'Olimpo del calcio
sarri con zeman all epoca in cui allenava l empoli (archivio l unione sarda)
Sarri con Zeman all'epoca in cui allenava l'Empoli (archivio L'Unione Sarda)

Se ha letto, anzi divorato, quasi tutti i libri di Charles Bukowski e John Fante è tutto merito della professoressa d'italiano delle superiori. . Autori complicati, certo. Ribelli e ruvidi, così simili a lui che per colpa di quel suo carattere da toscanaccio di campagna, schietto, sferzante e poco incline al servilismo, è stato spesso fatto passare per un cafone da un ambiente di plastica che lo sopporta mal volentieri, non riconoscendolo come un proprio simile.

E in ogni caso, per dirla tutta, a Maurizio Sarri le cose semplici non sono mai piaciute. Tanto che alla soglia dei 40 anni, con una famiglia da campare, decise di lasciare un lavoro ben retribuito in banca per dedicarsi al sogno della sua vita: fare dell'allenatore di calcio una professione ma senza poter contare su nient'altro che le proprie idee e la propria perseveranza. Un sogno iniziato dalla Seconda categoria, nel campetto di Stia. Paesino di 2400 abitanti in provincia di Arezzo, nella stagione 1990/91. Poi passato per mille sali e scendi sulla scala del calcio dilettantistico - dalla Promozione, all'Eccellenza, alla Serie D - e sfociato come in una favola nel professionismo: su sino alla serie A prima con l'Empoli e poi col Napoli, alla ricca Premier League e infine alla vittoria, pochi giorni fa, del suo primo scudetto alla guida della più nobile e blasonata delle società italiane, la Juventus della dinastia Agnelli. Un antidivo venuto dal nulla che sfidando ogni cliché è riuscito a conquistare la vetta facendo tutta la salita, passo dopo passo. E solo per merito. A 61 anni. Al termine di una gavetta impressionante.

Nato a Napoli da padre operaio all'Italsider ma toscano sino al midollo - la famiglia è originaria di Figline Valdarno, paese dove è cresciuto - fumatore incallito, amante del vino rosso e del buon cibo, Sarri è l'esempio perfetto di quello che in America chiamano il self made man, al quale si potrebbe davvero applicare l'abusatissimo slogan "niente è impossibile". E a dimostrarlo c'è un episodio che più di altri forse racconta quasi tutto di Maurizio Sarri, della sua straordinaria parabola di uomo che si è fatto da solo, iniziando dal gradino più basso della provincia pallonara, meglio dallo scantinato più impolverato del calcio. Una scena che si svolge il 29 maggio 2019 sul campo di Baku, in Azerbaigian, dopo che il suo Chelsea ha appena conquistato l'Europa League, battendo per 4-1 gli arcirivali dell'Arsenal. Inquadrato dalle tv di tutto il mondo, Sarri saltella per il campo felice come un bambino per il suo primo trofeo internazionale conquistato a 60 anni, età in cui i top allenatori europei di solito sono vicini alla pensione e le loro case già piene di coppe e medaglie. Ha indosso l'immancabile tuta, lo sguardo è stralunato. Obiettivamente sembra un pesce fuor d'acqua, uno senza stile direbbero gli snob. I giocatori del Chelsea, tutte star milionarie abituate alle luci del riflettori, quasi non si accorgono di lui. Nessuno corre ad abbracciarlo, se non frettolosamente ma più per dovere che per reale empatia. Pare uno capitato lì quasi per caso, un magazziniere, un massaggiatore, un tifoso che ha fatto invasione. Non certo il comandante in capo. Per chi non sa andare in fondo alle cose quelle immagini sembrerebbero impietose, cringe come dicono i ragazzini di oggi. In realtà è una scena bellissima, epica, probabilmente irripetibile. Perché è la conferma che l'improvvisa fama degli ultimi anni, sublimata dalla citazione nella Treccani del termine sarrismo, non lo ha cambiato neanche di una virgola. Lui viene dai campi in terra dove ogni scivolata è una ferita, non ha mai giocato fra i professionisti, è un signor nessuno. Soprattutto è uno che non finge, che ha il coraggio di essere quello che è sempre stato. Ricorda gli allenatori con un po' di panza che tutti abbiamo avuto da piccoli, quelli che prima dei movimenti o della tecnica ti insegnavano a stare insieme agli altri, magari perdendo la voce per le troppe urla, condividendo vittorie e sconfitte, la passione e l'amore per il gioco. Col calcio super professionistico diventato show business c'entra poco, è del tutto evidente. Quel mondo patinato Sarri lo ha però piegato ai suoi piedi, anche se non succederà mai il contrario. Perché col cuore e con lo spirito è rimasto quello che si sedette per la prima volta sulla panchina del campetto di Stia, col taccuino accanto e la sigaretta accesa prima del fischio d'inizio. Anche se adesso il cinque negli spogliatoi lo scambia con CR7.

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