CRONACA - MONDO

il sequestro

Al Shabaab: "Il riscatto finanzierà le armi per la jihad, la nostra guerra santa"

Nessun commento sulla cifra che è servita per liberare la cooperante milanese. Aperta un'inchiesta per le minacce sui social

Parte del riscatto pagato per la liberazione di Silvia Romano servirà a comprare armi per la jihad.

Questo almeno è quanto sostiene Ali Dehere, portavoce del gruppo terroristico Al Shabaab, che ha organizzato il sequestro della cooperante milanese nel 2018.

Non è chiaro a quanto ammonta la cifra pagata per liberare Silvia ma, dice Ali Dehere, "servirà in parte ad acquistare armi, di cui abbiamo sempre più bisogno per portare avanti la jihad, la nostra guerra santa. Il resto servirà a gestire il Paese: a pagare le scuole, a comprare il cibo e le medicine che distribuiamo al nostro popolo, a formare i poliziotti che mantengono l'ordine e fanno rispettare le leggi del Corano".

Sono "decine", afferma, le persone che hanno partecipato al rapimento di Silvia Romano, ma il sequestro - sostiene - non è stato organizzato dai vertici dell'organizzazione: "C'è una struttura in seno ad Al Shabaab che si occupa di trovare soldi per far funzionare l'organizzazione, la quale poi li ridistribuisce al popolo somalo - dichiara -. E' questa struttura che gestisce le diverse fonti d'introiti".

LA CONVERSIONE - Sulla conversione all'Islam, che a detta della cooperante è avvenuta "spontaneamente e senza costrizioni", "ha sicuramente visto con i suoi occhi un mondo migliore di quello che conosceva in precedenza", ha commentato Ali Dehere: "Da quanto mi risulta Silvia Romano ha scelto l'Islam perché ha capito il valore della nostra religione dopo aver letto il Corano e pregato".

La 24enne ha raccontato di non aver subito violenze durante la sua prigionia: "Perché mai avremmo dovuto maltrattarla? - conferma Ali Dehere -. Silvia Romano rappresentava per noi una preziosa merce di scambio. E poi è una donna, e noi di Al Shabaab nutriamo un grande rispetto per le donne".

I NASCONDIGLI - Tanti i nascondigli cambiati durante il sequestro, come ricostruito anche da Silvia: "Siamo in guerra e i droni americani e l'artiglieria pesante keniana non bombardano soltanto le nostre postazioni militari ma anche i nostri i villaggi e le nostre città, provocando un gran numero di vittime civili. Ogni ostaggio è un bene prezioso - afferma Ali Dehere - quindi appena c'era il minimo rischio che la zona dove tenevamo nascosta Silvia Romano era diventata un possibile bersaglio per i nostri nemici, sceglievamo un altro nascondiglio".

APERTA UN'INCHIESTA - Intanto, per gli insulti sui social e le frasi minacciose rivolte a Silvia Romano, il responsabile dell'antiterrorismo milanese, Albero Nobili, ha deciso di aprire un'indagine. L'ipotesi, contro ignoti, è di minacce aggravate.

(Unioneonline/D)

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