CRONACA SARDEGNA - CAGLIARI

il delitto del 1993

"Ho ucciso io Vincenza Basciu"
La telefonata 26 anni dopo

Si presenta alla redazione di unionesarda.it come Zouhair Korachi e racconta: "L’ho strangolata, le ho messo un panno in bocca, l’ho legata e poi l’ho accoltellata". E parla anche di un secondo delitto
la notizia sulla prima pagina de l unione sarda
La notizia sulla prima pagina de L'Unione Sarda

"Non è stata la figlia a uccidere Vincenza Basciu, sono stato io. Io sono l'assassino. E non voglio più portarmi dietro questo peso".

Al telefono c'è colui che si definisce l'omicida della donna uccisa a Cagliari nel febbraio 1993, e che dopo una lettera inviata alla Procura di Cagliari, della quale il nostro quotidiano ha dato notizia, insiste perché sia L'Unione Sarda a dargli voce.

Neppure il tempo di chiedere chi sia e perché confessi un omicidio alla redazione del nostro giornale, né il tempo di registrare la conversazione, che va avanti come un fiume in piena. Si presenta col nome di Zouhair Korachi, e dice di chiamare dal Marocco. L’italiano è stentato, ma si sforza di spiegare i dettagli di un delitto che "conosco solo io, solo io so come sono andate le cose", a dimostrare la veridicità di quel che racconta: "L’ho strangolata, le ho messo un panno in bocca, l’ho legata e poi l’ho accoltellata".

Qualche mese fa dice di aver inviato una lettera alla Procura in cui confessa tutto quello che è avvenuto quel 25 febbraio del 1993, in piazza Granatieri di Sardegna, addossando la colpa a se stesso e scagionando completamente Rita Panazzotti, che intanto è stata assolta per vizio totale di mente e ricoverata in un ospedale psichiatrico.

Ne ha parlato anche L'Unione Sarda, per questo decide di rivolgersi al nostro giornale, "in modo che qualcuno creda a quel che dico".

"Dovete dire che non è stata la figlia a commettere quel gesto, io non posso più vivere con questa bugia. Non so se tornando in Italia verrei perseguito o se la storia è ormai chiusa".

"Ho commesso anche un altro omicidio a Bozzolo, nel Mantovano, il primo giugno 1993. Ho ammazzato una mia amica sarda, originaria di Carbonia, che faceva l'infermiera. Ho scontato 25 anni e 5 mesi, senza mai usufruire di permessi. E tra i vari spostamenti sono arrivato nel 2015 al carcere di Bancali".

***

Era davvero Korachi l’uomo al telefono o un millantatore? E perché tutti questi tentativi di mettersi in contatto con la Procura, poi con UnioneSarda.it per raccontare un fatto tanto grave? Nella lettera in mano al pm dice di essere pronto ad affrontare le conseguenze del suo gesto, ma intanto non si è presentato alle autorità.

La pagina de L'Unione Sarda dell'11 luglio scorso
La pagina de L'Unione Sarda dell'11 luglio scorso

"Per tornare in Italia - spiega - basta che vengano a cercarmi, io vivo a Casablanca. Il ricordo di quanto accaduto mi tormenta. Vincenza me la sogno di notte, sono costretto a seguire una terapia farmacologica per poter dormire".

"Quando sono uscito dal carcere ho subito un'operazione per un tumore, poi sono andato a Palermo e sono tornato in Sardegna per sentire l'oncologo. In quel periodo ricevevo aiuto dai Salesiani, don Gaetano in particolare. I carabinieri però mi hanno comunicato che nei miei confronti era stata presentata denuncia per molestie. L'interrogatorio era fissato per il 22 febbraio di quest'anno. Ma io me ne sono andato: prima a Roma, poi in Marocco".

DETTAGLI SULLL'OMICIDIO - "Io e Rita ci siamo conosciuti nel 1992, quando ero a Selargius e avevo scontato una pena per la denuncia della mia ex moglie. Sono andato a casa di Rita, abbiamo vissuto insieme. Lei aveva due figlie. Viveva in condizioni modeste, prendeva farmaci. Sua madre non mi ha mai accettato, mi ha anche accusato di aver compiuto atti di libidine sulle bambine, insomma sono andato via e ho raggiunto Firenze. Ogni tanto tornavo in Sardegna".

"In una di queste visite, arrivato a Cagliari in nave, sono andato a casa di Rita. Mi ha aperto la madre e mi ha detto che non c'era, ma che avrei potuto aspettarla. Io ero insieme a uno slavo, doveva aiutarmi a vendere l'hashish che tenevo in una borsa. Quando Vincenza ha visto la droga si è arrabbiata e abbiamo litigato. Io avevo bevuto, ero in stato di ebbrezza, e avevo preso delle pasticche di ecstasy".

"L'ho trascinata, strozzandola, fino al letto. Le ho legato mani e piedi dietro la schiena e lo ho infilato uno straccio in bocca, facendo il giro intorno alla testa. L'ho lasciata lì e non ho toccato niente in cucina. Né il tavolo, dove forse avevano mangiato, né bicchieri o altri oggetti. La morte è sopraggiunta poco dopo, credo per soffocamento. A quel punto l'ho slegata, e sono rimasto a guardarla per un po', in modo sadico direi, non so come altro descrivermi. Avevo nella borsa un coltello a serramanico, le ho dato una coltellata alla mano, credo quella destra, sopra le dita, ed è uscita solo una goccia di sangue. E un altro fendente alla guancia. Poi ho preso un maglione della figlia, forse rosa, ho pulito quella goccia e l'ho messo sotto il letto di Rita, nell'altra stanza".

LA FUGA - "Io e il mio amico slavo siamo andati via, prima però ho aperto il rubinetto del gas, lasciando la porta d'ingresso socchiusa in modo che i vicini sentissero la puzza e potessero far ritrovare il corpo. Abbiamo venduto il fumo e io ho preso la nave per Civitavecchia. A bordo ho bevuto molto, ero preoccupato. Poi il treno per Roma Termini. Lì ho comprato L'Unione Sarda e ho letto dell'arresto di Rita. 'Caso chiuso' diceva all'epoca il Procuratore capo. La figlia aveva ucciso la madre. Ma le cose non sono andate così, e questa ingiustizia ora mi tormenta".

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Oggi, l'uomo che si è presentato come l'assassino di Vincenza Basciu ha 55 anni: "Vorrei sapere che fine ha fatto Rita, che oggi dovrebbe avere 61 anni, se è stata condannata ingiustamente, dove sono le sue figlie. Loro qualcosa potrebbero dire, la mamma avrà raccontato qualche dettaglio. Io vorrei confessare tutto. Per tornare in Italia serve che le autorità mandino una richiesta al mio Paese e in poche ore posso andare a Cagliari e spiegare. Ma nonostante la mia lettera e nonostante una telefonata che ho fatto nei giorni scorsi alla Squadra mobile nessuno mi ha cercato. Almeno voi dovete dire la verità su Rita, datele giustizia. È totalmente innocente, non era in casa quando ho ammazzato io sua madre. Non può sapere nulla".

L'unica cosa certa, per noi, dopo qualche accurata ricerca per capire chi davvero abbia chiamato la nostra redazione, è la notizia dell'omicidio sulle pagine del nostro quotidiano del 26 febbraio 1993.

Sabrina Schiesaro

(Unioneonline)

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