ECONOMIA

L'analisi

Il sogno americano di quel formaggio sardo chiamato Romano

La storia del pecorino Romano che, a dispetto del nome, è prodotto in Sardegna, e i motivi dell'eclatante protesta degli allevatori
(foto l unione sarda)
(Foto L'Unione Sarda)

Il latte versato, buttato via: è l'ultima forma di protesta nell'eterna guerra per dare un prezzo giusto al lavoro dei pastori. Meglio sprecarlo, è la logica, che darlo agli industriali del formaggio per un'elemosina.

Per decenni il mercato degli Stati Uniti, nonostante le bizze del dollaro, ha rappresentato un porto sicuro per il nostro pecorino. O meglio, per quello Romano che, a dispetto del nome, si produce in Sardegna. Perché piaceva tanto agli americani? I loro formaggi erano piatti, insapori: "mescolati" con il nostro, come per magia, diventavano - se non gustosi - sapidi.

Negli ultimi anni sono cambiate tante cose. Da semplice "commodity" il Pecorino romano Dop, anche negli States, è diventato un formaggio duro con la sua personalità, da grattugia o da pasto. Ma la vera rivoluzione è arrivata con il taglio delle restituzioni, ovvero gli aiuti Ue per ogni chilo di formaggio venduto nel Nord America.

Oggi ci si regge da soli sul mercato, con una concorrenza spietata, fatta anche di pessime imitazioni. Al Romano, che assorbe il 50-55% del latte ovino sardo (ma in passato si è superato il 70%), è sempre stato ancorato il prezzo del latte da corrispondere ai pastori. Anche senza aiuti, qualche anno fa il Pecorino romano ha spuntato 10 euro al chilo. E il latte? È balzato oltre l'euro al litro. Pastori contenti? Sì, ma non troppo: il valore aggiunto per i trasformatori - hanno fatto notare - è stato ben più alto.

Oggi un chilo di Romano si vende poco oltre i 5 euro. Il mercato è saturo, molti caseifici hanno le cantine piene di forme. E ai pastori vengono offerti 60 centesimi al litro. Più di un trasformatore fa notare come gli allevatori beneficino comunque di sostegni pubblici, come la misura per il benessere animale.

Ma, con 0,60 euro per un litro di latte, aiuti a parte, la pastorizia sarda rischia comunque di non stare in piedi. Da anni si propone di slegare il prezzo del latte dalle vendite del Romano, mettendo in conto anche agli altri pecorini che, sui mercati, viaggiano su quotazioni più alte. Una svolta economica e culturale: ne parlano tutti, ma nulla cambia.

Il momento è delicato, con una contrapposizione forte tra chi produce e chi trasforma. Non solo gli industriali del formaggio, ma anche il mondo cooperativo, espressione proprio degli allevatori. Generazioni di politici sardi hanno ripetuto sino alla nausea che la Regione non fa il prezzo del latte. Sì, è vero. Ma un'attenta regia aiuterebbe.

Emanuele Dessì

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LA PROTESTA - VIDEO:

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