CULTURA

i dati

Aumentano gli iscritti all'università, ma non sono ancora abbastanza

Il terzo rapporto Agi-Censis sottolinea che l'Italia resta penultima in Europa per numero di giovani con titolo di studio terziario
foto simbolo (pixabay)
Foto simbolo (Pixabay)

Gli immatricolati in Italia hanno ripreso a crescere ma resta ancora molto da fare per colmare il gap che separa il nostro Paese dai grandi Stati europei sul fronte universitario.

È quanto emerge dal terzo rapporto Agi-Censis, elaborato nell’ambito del progetto "Italia sotto sforzo. Diario della transizione 2020", secondo cui servirebbero 7mila immatricolati in più ogni anno per essere in linea con la media europea.

I NUMERI - Nell’anno accademico 2019-2020 si è confermato l’incremento degli immatricolati alle università italiane: +3,2% rispetto all’anno precedente. Dopo un decennio di contrazioni, è continuato l’andamento positivo che era iniziato con l’anno accademico 2014-2015. Nello scorso anno accademico la condizione di matricola universitaria ha accomunato il 51,8% dei giovani italiani in età corrispondente, a fronte di una media Ue 28 del 58,7%.

Per l’Italia eguagliare la media europea entro il 2025 significherebbe poter contare su un incremento medio annuo di immatricolati del 2,2%, equivalente in valore assoluto a circa 7.000 studenti in più, o del 2,6% qualora l’obiettivo fosse raggiungere la quota di immatricolati della Francia (+8.500 persone per anno).

"Partiamo però da una posizione di svantaggio - si legge nello studio -. L’Italia è penultima in Europa per numero di giovani con un titolo di studio terziario. Nel 2019 gli italiani di età compresa tra i 25 e i 34 anni con un titolo di istruzione terziaria erano il 27,7% del totale, ovvero 13,1 punti percentuali in meno rispetto alla media Ue 28, pari a 40,8%. Il dato ci colloca nella penultima posizione: dopo l’Italia soltanto la Romania, con il 25,5%".

Il tasso di passaggio dalla scuola secondaria di secondo grado all’università nell’a.a. 2018-2019 è stato pari al 50,4% degli studenti che nello stesso anno hanno conseguito il diploma. La rimanente quota che non si è immatricolata all’università (49,6%) ha cercato in maggioranza un lavoro e in minima parte ha presumibilmente continuato con percorsi di studio post-secondari o terziari alternativi all’università.

Un altro dato che rende l'Italia fanalino di coda: nel 2018 in Italia è stato speso per l’istruzione terziaria lo 0,3% del Pil, meno che in tutti gli altri 27 Stati membri dell’Ue.

"Nell’anno accademico 2018-2019 - segnala il dossier - solo l’11,7% degli iscritti è risultato beneficiario di una borsa di studio, quota che non si distribuisce territorialmente in modo uniforme (scende al 9,1% nel Nord-Ovest e nel Centro e sale al 13,4% nel Nord-Est e al 15,3% nel Sud). Ancora una volta emerge la distanza che separa l’Italia dagli altri Stati membri dell’Ue. La ridotta erogazione di borse di studio fa gravare l’investimento sull’istruzione universitaria sulle famiglie di origine degli studenti, i cui redditi, già erosi negli anni della crisi economica, sono ulteriormente compromessi dalla pandemia".

(Unioneonline/D)

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