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Maria e le mille portatrici carniche della Grande Guerra

Il viaggio di Maria finì alle undici di un gelido mattino di febbraio
portatrici carniche in marcia (foto ana)
Portatrici carniche in marcia (foto Ana)

Il 12 marzo 2016 l'ultimo mesto ammainabandiera sancisce la dismissione definitiva della caserma degli Alpini di Paluzza, Udine, sulle Alpi Carniche. L'unica in Italia dedicata ad una donna: Maria Plozner Mentil, il cui nome resta ormai solo su un cippo di fronte a dove sorgeva il compound militare, abbattuto nel luglio di quello stesso anno.

Era una "portatrice carnica", Maria. Cioè una delle centinaia di volontarie di un plotone tutto al femminile senza gradi né stellette, senza fucili né elmetti. Armate solo di scarponi e gerle, le portatrici carniche trasportarono, dal 1915 al '17, durante la Prima Guerra Mondiale, a piedi, dalle retrovie al fronte, tutto quello che era necessario ai soldati in prima linea. Abiti, cibo, farmaci. Ma anche armi, munizioni, materiale da costruzione e notizie del paese. E poi, lasciato il carico in cima, dopo cinque ore di marcia sulle montagne, riportavano a valle i feriti. Ma anche i morti, per i quali scavavano le fosse con le mani prima di tornare a casa.

LA GRANDE GUERRA Correva l'anno 1915, e la Carnia, in friulano Cjargne, al confine con l'Austria, era un avamposto strategico, da difendere con le unghie e i denti. Per due anni, fino al 1917, i soldati combatterono due guerre: contro il nemico austriaco, che ben conosceva l'importanza di quell'avamposto e contro l'asprezza di quel tratto di montagne: impervio, isolato, sferzato da venti impetuosi e da piogge violente, che gli stessi friulani conoscono ma fanno fatica a dominare. Se gli austriaci fossero riusciti a oltrepassare le maglie dell'esercito italiano in quel punto, avrebbero avuto libero accesso a tutto il territorio: per questo motivo dodicimila uomini, sotto il diretto controllo del Comando supremo difendevano quel passo. Quello stesso vento, quella durezza quasi spietata, aveva forgiato anche il carattere dei suoi abitanti e quando ci fu bisogno di portare rifornimenti al fronte, nei paesetti della Carnia non rimanevano che vecchi, donne e bambini. Tutti gli uomini abili alla guerra erano via, non esistevano strade carrabili per portare le vettovaglie in cima, né fu possibile progettare alcun sistema di carrucole o altro che agevolasse i rifornimenti.

Il cippo che ricorda Maria Plozner Mentil nel luogo in cui fu uccisa (Museo Alessandro Roccavilla)
Il cippo che ricorda Maria Plozner Mentil nel luogo in cui fu uccisa (Museo Alessandro Roccavilla)

MARIA E LE ALTRE MILLE L'esercito si vide costretto a chiedere aiuto ai civili. Ma "i civili" erano "le civili". Mille donne tra i 15 e i 60 anni, risposero alla chiamata: "Anin", "andiamo". Altrimenti, dissero, quei poveretti muoiono di fame. Le gerle, recipienti di vimini o corda, a tronco di cono e con degli spallacci, che servivano, in montagna, per trasportare legna o altro, divennero la loro unica dotazione militare. Nasceva quello che oggi sarebbe un corpo altamente specializzato nella logistica: le portatrici carniche, appunto. Tra loro, Maria Plozner Mentil, nata a Timau, frazione di Paluzza, nel 1884. Il marito sul Carso, sola con quattro figli, allenata alle difficoltà della vita da un'infanzia senza genitori, fu tra coloro che si offrirono volontariamente, per portare in cima i rifornimenti per i soldati. Un'alba livida le trovava ad attendere, con le loro gerle vuote, ordini e materiale da trasportare. Quaranta chili da tirare su per dislivelli fino a 1200 metri, per un tempo da due a cinque ore, su pietre ingentilite dalle fioriture primaverili o dentro mezzo metro di neve: quaranta chili di pane, formaggio e a volte, granate o sabbia per le costruzioni militari. Mai ufficialmente inquadrate nell'esercito e quindi, ufficialmente, disarmate, in un mondo che anche in guerra vietava alle donne di possedere armi e di utilizzarle, l'unico collegamento formale con la vita militare fu un libretto su cui l'ufficiale competente segnava il numero di viaggi e le merci trasportate e il numero dell'unità militare per la quale lavoravano. Lo stesso numero era riportato sul braccialetto rosso che tutte tenevano al polso. La paga era di 1,50 lire al mese.

Le portatrici carniche (foto Ana)
Le portatrici carniche (foto Ana)

UN GELIDO MATTINO DI MORTE Il viaggio di Maria finì alle undici di un gelido mattino di febbraio: l'aria tersa e limpida fu attraversata dal proiettile di un cecchino che la colpì alla spalla. Poi la corsa delle compagne, il ricovero degli Alpini, il cognac per il dolore, il latte per sostenerla. A 32 anni, la portatrice Plozner Mentil moriva, lasciando quattro bambini, il più piccolo di soli sei mesi. Non fu l'unica portatrice a dare la vita per l'Italia. Ora riposa a Timau, tra i 1763 caduti del fronte carnico.

IL RICORDO La caserma di Paluzza le fu dedicata solo nel 1955, unica donna nella storia dell'esercito italiano. Nel 1997, l'allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, motu proprio, le conferì la medaglia d'oro al valor militare, come rappresentante di tutte le dimenticate portatrici carniche. Durante l'ultimo ammainabandiera nella caserma Maria Plozner Mentil, del marzo 2016, il commosso saluto degli Alpini: «Sei la madre dei tanti che hanno lasciato qui i migliori anni della loro vita». E ai piedi del monumento di pietra, insieme alla marziale corona di alloro, deposero un piccolo mazzolino di primule.

La caserma demolita nel 2016 (Ansa)
La caserma demolita nel 2016 (Ansa)

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