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Stati Uniti vs Cina: la nuova guerra fredda raccontata da Federico Rampini

Occidente e Oriente fra dazi, guerre commerciali e tensioni geopolitiche
federico rampini (foto di giacomo maestri)
Federico Rampini (foto di Giacomo Maestri)

Siamo all'inizio di una nuova guerra fredda, riedizione per il nuovo millennio di quella che contrappose Usa e Urss per decenni dopo la Seconda guerra mondiale? Secondo Federico Rampini, corrispondente per Repubblica da New York, la risposta è sì. A contendersi l'egemonia globale sono questa volta una potenza declinante, ma ancora agguerritissima, cioè gli Stati Uniti, e una potenza in prepotente ascesa, la Cina. Fino a poco tempo fa sembrava che queste due grandi nazioni avessero trovato una felice sintesi in cui la "fabbrica del mondo" cinese aveva spazio per i suoi prodotti nell'immenso mercato americano. Oggi il giocattolo pare andato in pezzi, come dimostrano i dazi, le minacce di nuove guerre commerciali, le tensioni geopolitiche legate anche alla volontà del leader delle Repubblica popolare, Xi Jinping, di non porre limiti alla sua volontà di resuscitare l'antico Celeste Impero.

Per Rampini si tratta di segnali di uno scontro tra potenze che, per quanto agli inizi, rischia di cambiare profondamente il mondo in cui viviamo. Uno scontro che è al centro del saggio La seconda guerra fredda (Mondadori, 2019, pp. 240, anche e-book), ultimo lavoro di Federico Rampini a cui chiediamo prima di tutto cosa è successo negli ultimi anni per accendere la sfida tra due potenze che sembravano destinate a completarsi vicendevolmente:

"Prima di tutto è successo che la Cina ha smesso di essere semplicemente la 'fabbrica del mondo', capace di produrre a basso costo per la parte più ricca del pianeta come gli Stati Uniti. Essere una grande fabbrica è servito al Paese per crescere a ritmi vertiginosi, ma oggi la Cina punta a essere una nazione leader e ne ha le potenzialità. È un Paese che ha sicuramente sacche di arretratezza, ma in alcune aree è più moderna, tecnologicamente ed economicamente, di Giappone, Corea del Sud, Singapore e anche dell'Occidente".

Eppure, molti sembrano non considerare la Cina un rivale per l'Occidente. La vedono come un partner con cui fare buoni affari. Come mai?

"Molte élite occidentali hanno sottovalutato il balzo in avanti compiuto dai cinesi negli ultimi dieci anni. Lo hanno sottovalutato per ignoranza e per provincialismo. Anche gli americani non hanno visto il bolide cinese in arrivo sulla corsia di sorpasso e oggi si trovano a rincorrere in alcuni settori dove prima erano leader incontrastati".

La copertina del libro
La copertina del libro

Per esempio, dove la Cina ha messo la freccia?

"Nelle tecnologie avanzate. Se noi europei vogliamo fare il salto alla quinta generazione di Internet dobbiamo comprare tecnologia cinese anche se ci rendiamo conto che in questo modo ci consegniamo totalmente nelle mani della Cina".

Dal suo libro traspare anche un cambiamento nel modo in cui i cinesi guardano al mondo. Cosa è cambiato?

"Rispetto a quando ho vissuto io in Cina, cioè dal 2005 al 2009, nelle mie ultime visite ho trovato un Paese molto più fiero e orgoglioso di un tempo, con un complesso di superiorità sconfinato. A dimostrazione delle ambizioni sconfinate dell'attuale leadership cinese vi è quella versione contemporanea dell'antico Piano Marshall, il piano di finanziamenti con cui gli americani aiutarono la ricostruzione dell'Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Le nuove 'vie della seta' prevedono infrastrutture per migliaia di miliardi di euro e rappresentano il progetto imperiale di più vasto respiro che ci sia oggi".

Da cosa nasce questo complesso di superiorità?

"Da motivazioni storiche e anche da ragioni legate alla stagione politica attuale. Dal punto di vista storico dobbiamo ricordarci che la Cina non è una nazione. È una civiltà che ha tremila anni di storia e quindi ha radici più antiche della nostra. La Cina non ha mai avuto complessi di inferiorità nei confronti dell’Occidente anche se ha dovuto subire, soprattutto a partire dall'Ottocento, la superiorità tecnologica occidentale. Oggi però ha colmato il gap e sta recuperando pezzo dopo pezzo la sua storia, per esempio riportando in auge gli insegnamenti di Confucio, un pensatore che noi in Occidente praticamente non conosciamo ma che ha un’influenza enorme sulla società cinese. Il pensiero confuciano è antico di 2500 anni ed è stato reinterpretato più volte. La versione che piace ai leader cinesi di oggi è di tipo paternalistico-autoritario e si ricollega all’antica esperienza imperiale della Cina".

Quanto incide sul nuovo modo con cui la Cina guarda all'esterno la stagione politica inaugurata con la leadership di Xi Jinping?

"Pochi hanno compreso il significato del golpe istituzionale attuato da Xi Jinping che ha stravolto la Costituzione della Repubblica popolare per ottenere un potere potenzialmente a vita. Xi è fautore di un sistema politico autoritario che egli considera superiore e più efficiente delle nostre democrazie. E per questo non è disposto ad accettare nessuna lezione su diritti umani e libertà che arrivi da un Occidente che fatica a tenere il passo. Lo dimostra anche il fastidio per quelle che considera indebite intromissioni per quanto sta accadendo a Hong Kong. Per il leader cinese i ragazzi che protestano sono semplicemente antipatriottici e le loro rivolte sono intollerabili attacchi all’unità della nazione cinese. Come tali vanno trattate".

C'è qualcosa che possiamo imparare dai cinesi, a suo parere?

"Prima di tutto dobbiamo toglierci dalla mente che i cinesi sappiano solo copiare da noi e che non si possa apprendere nulla da loro. È già un primo passo. Dobbiamo smettere di considerarci l'ombelico del mondo e magari studiare la loro lingua, il mandarino, non solo l'inglese. In particolare, come italiani dobbiamo guardare a come sono riusciti negli ultimi anni a far rientrare gran parte dei loro ‘migliori cervelli’ che erano andati a lavorare soprattutto negli Stati Uniti. Li hanno richiamati garantendogli posti di rilievo nelle università, possibilità di fare ricerca all'avanguardia. Tutte cose che noi non riusciamo a fare nonostante se ne parli da decenni".

Il libro parla di una nuova guerra fredda. Cosa ha in comune con quella storica tra Usa e Urss?

"Quasi nulla perché l'Urss era un gigante militare, ma era anche un nano economico. La Cina è già un gigante economico e lo sta diventando militarmente. Inoltre, all'epoca della prima guerra fredda i due blocchi erano quasi totalmente separati mentre oggi la Cina è tra noi, il livello di penetrazione in Occidente è altissimo. Eppure, noi europei e occidentali, continuiamo a guardare alla Cina come a una potenza non ingombrante, quasi benevola perché ci facciamo affari, molto meno agguerrita della Russia di Putin, per esempio. Intanto la marina militare cinese manda navi nel Mediterraneo, vengono acquistati pezzi di Europa, mani cinesi si allungano sull'Africa. La Cina ci sta lanciando una sfida e tocca a noi capire come affrontarla".

E come la si affronta?

"Prima di tutto riconoscendola e smettendo di affrontarla in ordine sparso, puntando a fare affari estromettendo gli altri in nome di un opportunismo spicciolo. Mentre la Cina è sempre più monolitica e decisa, le liberaldemocrazie occidentali paiono aver smarrito il senso di un destino comune da realizzare. Per molti il nemico da abbattere è dentro casa, è il leader della fazione avversa o chi lo ha votato. Il nostro fronte interno è frammentato e se non c’è compattezza solitamente le guerre non si vincono".

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