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Alla ricerca del benessere digitale

Usare la tecnologia con saggezza è la grande sfida del futuro
marco fasoli (foto concessa dall intervistato)
Marco Fasoli (foto concessa dall'intervistato)

Siamo sempre connessi, sempre più impegnati a comunicare, a cercare informazioni. Possiamo fare acquisti più velocemente e in qualsiasi momento della giornata così come possiamo lavorare h24 grazie a smartphone e computer sempre più performanti. E mentre siamo incollati allo schermo ci ritroviamo subissati di notifiche e veniamo stimolati a navigare ancora una volta, sempre di più. "Uffa, che stress!", verrebbe da dire però poi basta che la connessione manchi per qualche minuto, che lo smartphone non "prenda" e subito scatta il panico, la crisi di astinenza da quella che una sorta di dipendenza dalla tecnologia.

Ammettiamolo: chi di noi non ha fatto l’esperienza di questo "malessere digitale" che è il prezzo occulto che stiamo pagando per poter usufruire di app e programmi sempre più fantascientifici? Ma la domanda che forse dovremmo porci è se è possibile trovare un maggiore equilibrio tra noi esseri umani e la tecnologia sempre più invadente che ci circonda. È il grande interrogativo attorno al quale riflette Marco Fasoli, esperto di filosofia della tecnologia e delle scienze cognitive, neuroetica e competenze digitali presso l’Università di Milano – Bicocca e autore del volume Il benessere digitale (Il Mulino, 2019, Euro 13, pp. 152. Anche EBook). A Marco Fasoli chiediamo come prima cosa si intende con l’espressione benessere digitale:

"Per me il benessere digitale è lo stato di chi riesce a disinnescare gli effetti più critici della tecnologia, sfruttando le capacità che la tecnologia stessa ci mette a disposizione senza cadere nella trappola dello stress, di controllare continuamente lo smartphone e di usarlo senza soluzione di continuità per comunicare, informarsi, giocare e, soprattutto, lavorare".

Un benessere che non sembra allora così facile da raggiungere…

"In effetti lo smartphone offre tante possibilità ma crea anche delle abitudini difficili da cambiare. Ci offre la chance di essere sempre connessi e raggiungibili ma nello stesso tempo determina una confusione tra i vari momenti della nostra giornata. Non c’è più un tempo per lavorare, uno per divertirsi, uno per prendersi cura di noi. Si è sempre disponibili, reperibili e quindi si corre il rischio di lavorare sempre. Ma non è l’unica problematica con cui abbiamo a che fare nel momento in cui usiamo uno smartphone".

Da cos’altro dobbiamo guardarci?

"Esiste una questione legata al cosiddetto design industriale di queste tecnologie che sono state progettate perché le si usi sempre di più. Più usiamo le app, più produciamo dati che riguardano i nostri interessi, le nostre abitudini e queste informazioni valgono oro per le aziende perché consentono di rendere più efficaci le vendite personalizzate".

Ma in che modo veniamo spinti a usare sempre di più lo smartphone?

"Per esempio, i social nelle loro bacheche non presentano più i contenuti in senso cronologico, ma adesso tendono a pubblicarli in maniera casuale ricopiando il principio che sta alla base delle slot machine, quello della ricompensa randomizzata, cioè basata sulla casualità".

E funziona?

"Certo. Quando non sappiamo se potremmo trovare quello che ci interessa, tendiamo a riprovare continuamente come avviene quando si vuole vincere alla slot machine. Sviluppiamo atteggiamenti ripetitivi e compulsivi e questo fa il gioco delle aziende che raccolgono dati".

Come si fa a trovare un equilibrio in un modo così complesso come è quello delle tecnologie digitali?

"Non è semplice però alcune aziende ci stanno venendo incontro perché hanno capito che il problema del malessere digitale esiste. Già nel 2016 una ricerca fatta in Inghilterra ha mostrato come il 40% degli intervistati fosse insoddisfatto di come gestiva il suo smartphone. Queste persone dichiaravano di usarlo troppo. Per questo Google ha creato un’applicazione interna ad Android che si chiama proprio 'Benessere Digitale'. Conteggia il tempo che passiamo on line oppure monitora il numero di volte in cui controlliamo lo smartphone. Insomma, ci aiuta a gestire la tecnologia perché nel momento in cui mi accorgo di guardare il mio dispositivo duecento volte in un giorno posso rendermi conto che si tratta di un comportamento esagerato".

Basta una tecnologia di questo tipo per farci stare meglio?

"Si tratta di un passo significativo però ancora più importante sarebbe avere delle regolamentazioni che limitino l’utilizzo dei nostri dati. E si dovrebbe passare da dispositivi che sono progettati per essere user-friendly, cioè facili da usare, a dispositivi well-being friendly, cioè alleati del nostro benessere digitale".

Può aiutarci a capire con un esempio?

"WhatsApp ha molte impostazioni di default tra cui la doppia spunta blu quando il nostro messaggio è arrivato e poi è stato letto. Questa funzione ci spinge a comunicare di più perché sappiamo quando la nostra comunicazione è arrivata a destinazione ed è stata letta. Allo stesso tempo chi l’ha ricevuta è consapevole che il mittente sta aspettando una risposta ed è portato ad agire perché non si pensi che il messaggio è stato ignorato. Il mittente, allo stesso tempo, si chiede come mai non ottiene risposta e dagli studi è emerso che quando non riceviamo una comunicazione attesa tendiamo a dare spiegazioni negative a quello che sta accadendo. Quindi sollecitiamo per fronteggiare l’ansia. Insomma, la doppia spunta blu ci spinge a reagire maggiormente ai messaggi. Basterebbe che questa funzione non fosse più impostata automaticamente e il problema si ridurrebbe anche perché non tutti sono capaci di eliminarla una volta che esiste di default".

E noi non possiamo far nulla per migliorare le cose?

"Sì, intanto dobbiamo essere consapevoli dei meccanismi che sono alla base dei dispositivi che usiamo. E possiamo gestire le nostre abitudini, magari provando a non rispondere subito quando qualcuno ci manda un messaggio. Creeremo così negli altri l’abitudine a non considerarci sempre disponibili e allo stesso tempo acquisiremo noi la capacità di non reagire subito alle comunicazioni, di qualsiasi tipo siano. È già un primo passo per evitare lo stress digitale".

La copertina
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