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Quel "filo infinito" che unisce il continente: le radici dell'Europa nel nuovo libro di Paolo Rumiz

Il racconto di un viaggio attraverso le abbazie di Germania, Belgio, Francia e Italia
paolo rumiz (foto feltrinelli)
Paolo Rumiz (foto @Feltrinelli)

L'Europa ha un santo protettore. Non ha nulla a che fare con i palazzi del potere europeo, quelli che si trovano a Bruxelles, e probabilmente non si riconoscerebbe molto in questa Europa di oggi, spaventata a ogni stormir di fronde.

Il santo di cui parliamo si chiama Benedetto da Norcia e più di millecinquecento anni fa cominciò nelle lande selvagge degli Appennini a dare vita a un'esperienza straordinaria, quella del monachesimo benedettino. In tempi bui, molto più oscuri di quelli odierni, tempi in cui le invasioni dei barbari avevano spazzato via le sicurezze garantite dall’Impero romano, Benedetto creò le abbazie, luoghi di preghiera, di lavoro, di conservazione della cultura e delle conoscenze antiche. Isole attorno alle quali si è potuta formare l'Europa dei secoli successivi.

Paolo Rumiz, scrittore perennemente in viaggio per raccontarci l'anima, spesso dimenticata o poco conosciuta, del nostro continente, ha voluto cercare proprio nelle abbazie benedettine di oggi le radici e l'anima dell'Europa. Ne è nato un percorso attraverso la Germania, il Belgio, la Francia passando naturalmente per i tanti centri legati a San Benedetto che punteggiano l'Italia da sud a nord.

Un percorso che ritroviamo nel libro "Il filo infinito" (Feltrinelli, 2019, pp. 174, anche e-book) e che è per Rumiz l'occasione per introdurci al ruolo unico avuto dai benedettini nella storia europea:

"I monasteri benedettini rappresentano un filo, un network che attraversa tutta l'Europa. Sono realtà diverse, autonome sotto molti punti di vista però tra loro esiste una rete che ha consentito di dare vita all'Europa come la conosciamo".

La copertina del libro
La copertina del libro

Ma cosa ci può insegnare oggi l'esperienza dei monaci di Benedetto?

"Premesso che oggi la nostra capacità di ascolto è molto ridotta – concentrati come siamo su smartphone e affini – l'insegnamento è che quei monaci, un millennio e mezzo fa, hanno saputo cristianizzare, sedentarizzare e civilizzare popolazioni ben più temibili dei forestieri che oggi premono ai confini d'Europa. E lo fecero senza alzare reticolati".

Come fecero?

"Compresero che una comunità, una socialità vanno costruiti non con regole e catechismi ma ricorrendo ad altri strumenti. Quei monaci usarono strumenti sensoriali quasi irresistibili come il canto gregoriano, le coreografie della liturgia religiosa, i profumi dei loro orti e delle loro farmacie, la fragranza del pane dei loro forni. Questi strumenti legati ai sensi accelerarono fortemente la cristianizzazione dell'Europa e favorirono l'integrazione dei nuovi arrivati. Oggi tutto questo si sta perdendo, anzi le dico una cosa: se oggi la Chiesa è in crisi è anche perché i preti sono stonati e le chitarre hanno sostituito la magia sensoriale del gregoriano e degli organi. Serve musicalità oggi".

Perché è così importante recuperarla?

"La musicalità serve perché tutto parte da lì. Il sacro ha la sua dimora in un luogo cavo dove la voce risuona. Fu quel suono nuovo a sedurre i barbari, nomadi che nelle loro tende non avevano mai sentito l'eco della loro voce, la risonanza dei suoni. Quando sentirono eco e risonanze nelle navate delle chiese ne furono totalmente conquistati".

Parlare di sacro non è oramai fuori moda?

"Parliamo allora di componente invisibile della vita se la parola sacro è oramai antica. Siamo ridotti al materialismo più bieco, ci sentiamo soli e infelici. Non sappiamo più unirci per fare massa critica e indignarci se non contro capri espiatori. Il sacro in questa situazione è tutt'altro che fuori moda, anzi c'è una nostalgia enorme per una dimensione altra rispetto al materialismo. Abbiamo bisogno di parole che non siano di solitudine e di egoismo. Però se ne sentono troppo poche di parole così… Il problema oggi non sono le urla dei sovranisti, ma il silenzio di tutti gli altri di fronte a queste urla".

Perché tanto silenzio a suo parere?

"Se ragioniamo in termini di marketing, se le nostre decisioni sono indirizzate dai sondaggi è chiaro che ci rifugiamo nel banale. Se però alziamo il livello del nostro discorso i risultati arrivano. Quando vado nelle scuole, anche elementari, parlo dell'Europa, di un'Europa che è in pratica l'ultima isola di democrazia e delle regole rimasta al mondo. Racconto di un continente, il nostro, che è un'anomalia, un'anomalia che intralcia assolutismi, mafie, fondamentalismi ed economie di rapina e che per questo ha molti nemici. Ebbene, quando parlo di questa Europa e chiedo ai bambini se di fronte a tanti pericoli che la circondano sia meglio stare assieme o disunirsi, mi rispondono che è meglio stare uniti. I bambini ci arrivano…".

Cosa teme in una possibile disintegrazione dell'Europa?

"Ho visto dissolversi i Balcani, conosco il fascino malefico della balcanizzazione, quel fascino perverso che porta a credere che la propria responsabilità non esista e che la colpa sia sempre degli altri. Ragionare così ha come conseguenza che tutti ci autoassolviamo e non siamo più obbligati a fare un esame di coscienza, a tener conto della coscienza".

Cosa fare per evitare allora la disintegrazione di quello che è stato costruito anche grazie ai monaci di Benedetto?

"Dobbiamo renderci conto del nostro essere europei, un essere europei che diventa evidentissimo appena ci allontaniamo dal nostro continente. E non dobbiamo avere paura di mostrare la nostra profonda europeità. Dobbiamo suonare una musica nuova che esprima la forza di una cultura comune e narri l'appartenenza a uno spazio unico, modificato da millenni di lavoro umano, ricco di storia, di lingue e di cultura. La mia speranza oggi è radicata in una profonda disperazione per lo stato delle cose. E più sono disperato per quello che vedo e sento, più avverto l'obbligo di sentirmi europeo".

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