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La storia

Valentina, bruciata due volte, rinascerà ancora

Sopravvissuta al fuoco è stata costretta a difendersi da gravissime accuse
valentina pitzalis nel giorno della sua prima intervista a l unione sarda (foto stefania piredda)
Valentina Pitzalis nel giorno della sua prima intervista a L'Unione Sarda (foto Stefania Piredda)

Ci sono molti modi per bruciare una persona e Valentina Pitzalis li ha provati tutti. Prima ha provato il fuoco, quello vero, sul suo corpo: ha provato le fiamme devastanti, attivate da un accendino e alimentate dalla benzina che le è stata gettata sul corpo. Quel fuoco le ha deturpato il viso, le ha fatto perdere il naso e le orecchie, le ha fatto amputare il braccio sinistro e compromettere in buona parte la funzionalità del destro, le ha causato lesioni ovunque e per anni - ancora oggi e chissà per quanto - le causa indicibili sofferenze, comportando decine e decine di interventi, terapie, trattamenti costosissimi e viaggi interminabili.

Valentina e Manuel (foto archivio L'Unione Sarda)
Valentina e Manuel (foto archivio L'Unione Sarda)

Quanto ci avete messo a leggere queste prime righe? Rileggetele almeno cento volte e pensate che questo è il tempo che Valentina Pitzalis, giovane di Carbonia diventata suo malgrado un simbolo della violenza di genere, ci ha messo a bruciare prima che qualcuno si accorgesse del suo disperato grido di dolore, prima che arrivassero i soccorsi. E mentre pensate a cosa si prova a diventare una torcia umana, provate anche a pensare a come vi sentireste a subire, mentre tentate di rialzarvi, nuovi, assurdi, spietati e dolorosissimi lanciafiamme sul vostro corpo. Il primo lanciafiamme si attiva non appena aprite gli occhi e qualcuno, mentre siete in un letto del Centro Grandi ustionati di Sassari, vi racconta in che cosa vi ha ridotto la persona che diceva di amarvi, quella che anche voi avete amato con la passione che solo da ragazzine si può provare, quella che avete lasciato quando avete capito che quell'amore era pian piano diventato qualcosa di diverso e di ingestibile.

La prima intervista di Valentina Pitzalis a L'Unione Sarda
La prima intervista di Valentina Pitzalis a L'Unione Sarda

Questo era per Valentina il "suo" Manuel, Manuel Piredda, l'uomo morto nel rogo, così hanno per tre volte appurato le indagini, da lui appiccato la notte del 17 aprile 2011, per uccidere la moglie che lo aveva lasciato. Il secondo lanciafiamme parte quando vi guardate allo specchio e capite che quella notte in cui il vostro presunto amore vi ha dato fuoco era solo l'inizio di un inferno. Il terzo lancia, infatti, le sue fiammate non appena decidete che il fuoco non può averla vinta e chiedete aiuto. Sì, perché per rinascere vi serve aiuto, perché quello spiraglio, in fondo al tunnel dell'inferno è tremendamente difficile da raggiungere e da oltrepassare da sola. Abbiamo conosciuto Valentina in questa fase della sua vita.

Valentina Pitzalis (foto archivio L'Unione Sarda)
Valentina Pitzalis (foto archivio L'Unione Sarda)

Prima ne avevamo soltanto sentito parlare la mattina dopo le urla, il dolore, la devastazione. Quando nella casa di Bacu Abis l'inferno di fuoco aveva lasciato spazio a un odore insopportabile di bruciato e di morte, quando facemmo le prime domande per cercare di capire qualcosa di quel disastro, quando i familiari di Valentina erano tutti intorno al suo capezzale e quelli di Manuel erano intorno a una bara, lacerati dal dolore. Lucidi - sconvolti ma lucidi - riportammo sul giornale quanto raccolto in quelle ore. Tanti in quei momenti di dolore dissero: "Solo Valentina, se sopravvive, potrà spiegare che cosa è accaduto.

Valentia Pitzalis prima della tragedia (foto archivio L'Unione Sarda)
Valentia Pitzalis prima della tragedia (foto archivio L'Unione Sarda)

Soltanto lei sa la verità". Ma il problema che ha fatto scattare il terzo lanciafiamme è stato proprio questo, per alcuni imprevedibile, dono del destino: Valentina è sopravvissuta. E ha chiesto aiuto. Per farlo ha dovuto raccontare il suo inferno. E ha scelto di raccontarlo sulle pagine de L'Unione Sarda nell'autunno del 2011. Non lo ha fatto soltanto con i suoi ricordi: c'era già un'inchiesta chiusa da uno dei più inflessibili e precisi magistrati sardi, portata avanti da investigatori seri e meticolosi, che non avrebbero avuto alcun motivo per "parteggiare" per una delle due parti in causa di questa dolorosa storia. Il magistrato ha stabilito che l'inchiesta andava chiusa per morte del reo e, per arrivare a parlare di "reo", c'erano voluti fiumi di dettagli raccolti la notte dell'inferno, foto scattate al momento, occhi che avevano visto e orecchie che avevano sentito, esperti che avevano pesato ogni elemento.

Valentina Pitzalis (foto archivio L'Unione Sarda)
Valentina Pitzalis (foto archivio L'Unione Sarda)

Su questo, dopo aver letto con attenzione anche quell'inchiesta, si basarono i nostri articoli quando, in punta di piedi, ci occupammo per la prima volta di questa storia per dire al mondo che Valentina Pitzalis era ancora, miracolosamente, viva. Se tra chi legge oggi c'è qualcuno che ha commentato, espresso un giudizio negativo o ha lanciato un accusa contro Valentina senza aver letto quel fascicolo "ufficiale" di dolore, sappia che i prossimi, infiniti lanciafiamme li ha imbracciati anche lui ( o lei), e ha contribuito ad armarne altri, a partire dal momento in cui ha messo il primo "mi piace" o ha condiviso gli attacchi bestiali a questa donna che hanno circolato in questi anni sui social network.

Valentina Pitzalis prima della tragedia (foto archivio L'Unione Sarda)
Valentina Pitzalis prima della tragedia (foto archivio L'Unione Sarda)

Sì, perché quando Valentina ha chiesto aiuto - e la famiglia del marito le si è rivoltata contro dandole dell'assassina - le si è scatenata contro una delle più grandi campagne d'odio alle quali si sia mai assistito da quando si parla di donne vittime di violenza. Ed è stato sconcertante il silenzio di buona parte della città di Carbonia, dove Valentina è nata e cresciuta e dove vive ancora oggi; il silenzio delle istituzioni comunali, regionali e nazionali; l'indifferenza di alcune (non tutte, per fortuna) associazioni che difendono le donne, che prima dell'ultima inchiesta si erano mostrate (verbo non casuale) vicine a Valentina ma che poi sono sparite quando non era più "conveniente" stare dalla sua parte. Sì, l'hanno lasciata sola nel momento più difficile. In questi anni di accuse infamanti, di violazione della privacy di Valentina, di tormenti alla sua famiglia - preziosa e civilissima famiglia - tanti silenzi si sono fatti assordanti. Purtroppo occorre ormai rassegnarsi a un certo popolo di Facebook, quello che se gli dici che l'asino vola perché c'è una teoria scientifica che lo spiega, gli basta la difficile parola "teoria scientifica" per crederci. Quel popolo che, anche se poi arriva lo scienziato vero e ti spiega con argomentazioni scientifiche che gli unici modi per far volare un asino sono quelli di lanciarlo da un burrone o caricarlo su un aereo, ti risponde che sono punti di vista e che "a pelle" sente che un asino può volare. Al fatto che quel popolo - che comunque lancia fiamme di cui non ha nemmeno consapevolezza sentendosi nel giusto - si comporti in questo modo, non c'è soluzione . Ma gli altri dov'erano e dove sono oggi?

Valentina Pitzalis (foto Stefania Piredda)
Valentina Pitzalis (foto Stefania Piredda)

C'era una donna scampata a un tentato femminicidio, sottoposta a ogni genere di insulti, calunnie, infamie e campagne d'odio e nessuno, tra chi ne avrebbe avuto l'autorità, si è sentito in dovere di intervenire. È stato avvilente il silenzio di tanti quando Valentina è stata indagata per omicidio, quando è stata infangata davanti a una platea internazionale mentre, alla Mostra del cinema di Venezia, tre anni fa, portava, insieme all'associazione "FareXBene onlus" (che mai l'ha abbandonata) la sua battaglia in difesa delle donne. Eravamo con lei quando è arrivata la notizia, abbiamo visto e raccontato su L'Unione Sarda i suoi occhi smarriti davanti all'odio che ancora una volta, il popolo rabbioso che si ciba del dolore altrui, le ha vomitato sopra. E chi doveva parlare ha taciuto. La sua città ha taciuto, la sua Isola ha taciuto. Non si parla di talk show in tv o di post su Facebook, ma di prese di posizione decise nel mondo "reale", di provvedimenti da parte degli organismi di controllo delle diverse categorie che in questo dolore hanno sguazzato. Invece no, solo il silenzio. E quel silenzio brucia sulla pelle di Valentina. Brucia come il fuoco, come le calunnie, come gli insulti che le vengono rivolti anche in queste ore in cui l'enorme castello di bugie, costruite per punirla di non essere morta quella notte, è crollato come un castello di carte. Brucia il silenzio, brucia e, soprattutto ora che è Valentina a imporlo, brucia sulla pelle di chi non ha avuto voglia e coraggio di parlare in sua difesa. Sì perché ora in tanti vorrebbero gridare e battersi il petto e dire che "lo hanno sempre saputo che era innocente", vorrebbero salire su quel carro di cui Valentina avrebbe volentieri fatto a meno. Ma Valentina ora vuole il silenzio. Perché lei, sin dal principio, aveva solo chiesto aiuto per ricominciare a vivere e invece, per quella sua richiesta legittima e sacrosanta, è stata bruciata una seconda volta. Chissà se qualcuno avrà il coraggio di chiederle scusa per il colpevole silenzio di questi anni, chissà se chi la attacca si fermerà davanti all'evidenza scientifica dei fatti e davanti a questa nuova archiviazione. Ma intanto Valentina è ancora in piedi, più forte di prima. Il suo desiderio di rinascere non è stato offuscato ed è questo che conta. Per ora

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