Alle 5 del mattino, a Rocinha, c’è già qualcuno che serve il caffè. È Teresina, 89 anni, una donna che parla italiano e conserva nel cuore gli anni trascorsi a Nettuno. Quando il figlio si è ammalato, ha lasciato l’Italia ed è tornata in questa immensa favela di Rio de Janeiro. Da allora, il suo bar-bottega apre all’alba e chiude alle 23. Fuori, la città si risveglia tra il rombo dei motorini, il profumo del pane e l’odore acre della fogna (a cielo aperto) e dell’immondezza sparsa sulle strade. Sopra i vicoli strettissimi, dove anche a mezzogiorno il sole fatica a trovare posto, migliaia di fili elettrici si aggrovigliano come ragnatele impazzite. Nei vicoli e nelle strade ci sono i ragazzini che imbracciano i mitra.

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Hanno pochi anni in più dei bambini che Barbara Olivi e Julio de Rezende accolgono nelle attività dell’associazione “Il Sorriso dei miei Bimbi”, che da 25 anni porta avanti progetti scolastici per l’alfabetizzazione dei giovani brasiliani. È in questa manciata di metri che si racconta Rocinha: una città nella città (oltre centomila persone) dove il narcotraffico controlla il territorio, la povertà si arrampica sulle colline e la speranza cerca ostinatamente il proprio spazio. In basso, le piscine e i lussuosi grattacieli di São Conrado brillano al sole. Quassù, invece, ogni giornata è una conquista.

Nata ufficialmente nel 2002, l’organizzazione di Barbara e Julio ha costruito negli anni una rete di opportunità educative per i più piccoli, i giovani e le famiglie e sottrae così giovani reclute al narcotraffico. O almeno ci prova.
La scuola dell’infanzia Saci Sabe Tudo accoglie fino a 90 bambini. Casa Jovem offre sostegno scolastico e attività formative, mentre il Garagem das Letras è diventato un caffè letterario, una biblioteca e uno spazio culturale aperto alla comunità. Libri, giochi, lezioni, incontri. Strumenti apparentemente semplici, ma preziosi in un territorio dove il narcotraffico può offrire ai ragazzi denaro e un ruolo prima ancora che abbiano finito di crescere.

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Barbara e Julio hanno scelto di vivere qui. Non arrivano al mattino per distribuire aiuti e ripartire la sera. Conoscono la comunità, le famiglie, le difficoltà dei bambini. Il loro lavoro non promette miracoli: offre alternative. Una scuola, un libro, un adulto disposto ad ascoltare possono rappresentare l'inizio di una strada diversa. Quando il sole scompare dietro le montagne, Rocinha si accende di migliaia di luci. Da lontano sembra un immenso presepe sospeso sopra Rio de Janeiro. Le case si confondono l’una con l’altra, i vicoli scompaiono nell’oscurità e persino le contraddizioni sembrano dissolversi. Ma basta avvicinarsi per ritrovare i ragazzi armati agli angoli delle strade, i fili elettrici aggrovigliati, l’odore della spazzatura e il rumore incessante dei motorini.

Teresina è ancora dietro il bancone della sua bottega. Il ricordo dell’Italia nel cuore e una serranda da abbassare alle undici di sera. Domani, alle cinque, sarà di nuovo al lavoro.

Anche Barbara e Julio ricominceranno la loro giornata. Ci saranno bambini da accogliere, libri da aprire, compiti da fare. E soprattutto ragazzi ai quali mostrare che esiste una strada diversa da quella delle armi.
È forse questa l’immagine più potente di Rocinha: due destini che si incrociano nello stesso vicolo. Da una parte un adolescente con il mitra, dall’altra un bambino con lo zaino sulle spalle.

Il futuro della favela è tutto nella distanza tra quelle due immagini. E nel lavoro ostinato di chi, ogni giorno, prova a fare in modo che quel bambino possa scegliere da che parte andare.

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