Se l’assetto istituzionale repubblicano fosse un essere umano, Guido Melis sarebbe il suo biografo. Un biografo fra l’altro quasi coetaneo (la Carta fu promulgata nelle ultime ore del 1947, Melis è del ’49) e pienamente autorizzato, dato che per decenni ha insegnato alla Sapienza Storia delle istituzioni politiche e Storia dell’amministrazione pubblica. E che per una legislatura, quella 2008-2013, è stato deputato nei banchi del Partito democratico, dedicandosi oltre che al lavoro d’Aula a quella che i sociologi definiscono “osservazione partecipante”. Chiusa l’esperienza parlamentare e quella universitaria ma non quella di studioso, nei giorni scorsi ha dato alle stampe per il Mulino “Le istituzioni della Repubblica italiana” (744 pagine, 65 euro). Un viaggio molto ragionato e documentato, e al tempo stesso molto leggibile, lungo le vicende istituzionali dalla Costituente e dalla primavera degasperiana al tardo inverno dell’andreottismo. Un itinerario spesso sorprendente, a riprova di quanto il nostro discorso pubblico sulla grande politica e i suoi snodi spesso sia sbrigativo e confuso. E come quindi ci capiti di liquidare come “carrozzoni” gli enti che furono protagonisti o almeno levatori del miracolo economico, o di pensare che stabilità politica e sviluppo economico vadano di pari passo. Ma per chi legge il libro di Melis in questi giorni - ancora segnati dalla campagna referendaria sulla riforma Nordio e dai sottostanti discorsi sulla intangibilità della Costituzione antifascista – forse la lettura più attuale e istruttiva è quella sulla formazione e sui lavori dell’Assemblea che, eletta per indicare agli italiani le regole di base della convivenza democratica, seppe farlo molto bene e in effetti anche rapidamente. E diede solennemente avvio a quella che sui giornali continuiamo a chiamare prima Repubblica, anche se come avverte Guido Melis «in effetti è una definizione impropria, dato che non c’è stato un mutamento della Costituzione. E tuttavia è un termine ormai così diffuso che anche a me è capitato di adoperarlo in questo libro, nelle battute finali, nonostante la mia ricerca si fermi prima dell’ingresso di Berlusconi a Palazzo Chigi».

Cioè prima della cesura, sostanziale se non istituzionale, nella storia dei governi repubblicani: l’avvento di Berlusconi.

«Sì, diciamo che sul terreno politico Berlusconi rappresenta una sorta di cancello, che però tecnicamente non porta a una “seconda Repubblica”, dato che lascia intatto il terreno istituzionale. Però ci sono altre cose che in effetti cambiano radicalmente, ad esempio la scomparsa o trasformazione dei partiti».

Al tempo stesso c’è un’inevitabile continuità con l’Italia preBerlusconi. Nella premessa al suo libro lei, citando il giurista francese Pierre Legendre, ricorda che “perfino dove avvengono le più radicali delle rivoluzioni (fino a tagliare la testa al re), un filo magari invisibile di continuità sopravvive, contagia le nuove istituzioni coi residui delle vecchie e in definitiva tempera l’innovazione attraverso l’influsso della conservazione”.

«Legendre aveva ben chiaro che anche in Francia, nonostante una rivoluzione che per radicalità si può paragonare solo a quella sovietica, era rimasto qualcosa in termini di continuità. Ci sono delle tradizioni, dei legami col passato che anche se le istituzioni cambiano finiscono per ricostituirsi, e anche nel volgere di poco tempo. Sa, le istituzioni sono degli strani animali: per un verso sono costruite per durare nel tempo e quindi hanno un naturale impulso alla reiterazioni dei comportamenti, dei linguaggi e dei contenuti, ma d’altro canto sono passibili di modifiche radicali e anche di movimenti tellurici che avvengono nel basso. Quando facevo lezione mi capitava spesso di paragonarle a un palazzo: i piani alti hanno una determinata conformazione e una certa visibilità, ma non sempre sappiamo che cosa accade nei piani bassi. Magari al pianterreno o nelle cantine - un po’ come nel fondo del mare, abitato e movimentato ma per noi invisibile - ci sono correnti e trasformazioni, che poi magari a un dato momento finiscono per incidere sui piani alti. Potremmo definirlo un dinamismo statico».
Sembra un ossimoro.
«E lo è, fino a quando Napoleone si siede sul trono esattamente come quel re che era stato decapitato dai suoi amici di gioventù, quando era un ufficialetto di artiglieria. Eppure Napoleone è anche la modernità: il suo codice civile è il più grande, importante e moderno codice dell’Europa del tempo, tanto che per certi versi dura ancora oggi».
Un fenomeno sorprendente che lei riscontra un po’ in tutto l’arco della prima Repubblica (scusando il termine) è il disaccoppiamento tra politica ed economia: alla crisi dell’una corrisponde lo sviluppo dell’altra, e viceversa.
«È un fenomeno molto italiano, direi, dato che in genere negli altri Paesi lo sviluppo economico è accompagnato da quello politico. In Italia invece prima abbiamo De Gasperi, un grande statista, l’uomo che dota di strumenti lo sviluppo di un Paese miserabile, dove i bambini vanno in giro senza scarpe. Dopo di lui politicamente è il caos: un decennio di governi che durano meno di un anno, con i capi democristiani che si combattono l’un l’altro senza che si riesca a stabilizzare una leadership politica. E poi c’è il centrosinistra, che anch’esso ha i suoi problemi. Eppure nel frattempo c’è il miracolo economico, l’ascesa tra i primi paesi del mondo».
Quindi ha ragione Giuliano Amato: il governo può fare pochissimo per aiutare l’economia, ma può fare molto per distruggerla.
«Un momento: finché parliamo di azione diretta del governo forse è così, ma se analizziamo lo sviluppo impetuoso dell’Italia fra i Cinquanta e i Sessanta dobbiamo considerare l’azione dei grandi enti di Stato, ai quali nel mio libro ho voluto dare grande risalto. L’Iri, innanzitutto, ma in maniera decisiva anche l’Eni di Mattei e poi la Cassa del Mezzogiorno prima maniera, per citare i tre maggiori, e poi una folta schiera di enti minori. Sono i soggetti che, in un regime meno vincolato rispetto a quello dello Stato, diventano le levatrici del miracolo economico, che non è nato solo dai laboriosi operai del Nord che all’improvviso aprono le loro fabbrichette. Questi enti in qualche modo preparano il terreno sul quale, certo, poi agisce la laboriosità di questi ceti assetati di sviluppo. D’altronde c’era una generazione venuta su durante la guerra che aveva una formidabile voglia di consumare e di procreare, ma questa molla straordinaria non avrebbe sviluppato i suoi effetti senza l’azione dei grandi enti di Stato».
Oggi si griderebbe al socialismo reale.
«Può darsi, ma ricordiamoci che questi enti agivano autonomamente. E potevano farlo perché erano modellati secondo la lezione di Alberto Beneduce, che fece l’Iri nel 1933: l’ente era di Stato perché era dallo Stato, come da Dio creatore, che gli arriva il soffio della vita, però poi agiva come un’impresa privata. E per certi versi agiva anche meglio e più efficacemente del privato, perché aveva comunque alle spalle la garanzia dello Stato. D’altra parte Beneduce poteva a sua volta ispirarsi al Nitti col quale nel 1912 aveva fatto l’Ina. Vogliamo pensare che un istituto nazionale delle assicurazioni servisse solo a contrastare le assicurazioni francesi che rastrellavano risorse nella Penisola? Mi sembra riduttivo. La verità è che Nitti - e dopo di lui Beneduce, che ne continuò l’opera sotto il fascismo - si era convinto che potesse esserci un secondo erogatore di provvidenze e di risorse che non pescasse dal Tesoro dello Stato. E quindi ecco degli enti: pubblici, certo, però liberi di fare impresa e di crearsi da soli le risorse. Tanto è vero che l’Ina ricavava sul mercato delle polizze un flusso importante di danaro che poi veniva sospinto in altre direzioni. E attenzione: questo è un meccanismo che nasce prima del fascismo, e il fascismo non lo distrugge così come non lo distrugge il post fascismo. Quindi c’è un filo di continuità che dal 1912 arriva, e siamo ai tempi del governo Prodi, alla crisi di questi enti che avevano avuto un ruolo formidabile nel provocare e governare lo sviluppo del dopoguerra, come fratelli maggiori della piccola e media impresa che intanto stava crescendo nel Paese».
Paradossalmente vanno in crisi proprio quando a Palazzo Chigi c’è Prodi, che dell’Iri era stato presidente.

«Ma a quel punto l’Iri di un tempo non esisteva più. I nuovi dirigenti non venivano dalla gavetta ma dalle amicizie politiche, tanto per cominciare, e in generale era un modello che non funzionava più. Prodi ha dovuto prenderne atto, semplicemente. D’altronde si erano messi a fare anche i panettoni...».
Veniamo all’analisi dell’Assemblea Costituente e del suo modus operandi, il primo tema di analisi del suo libro. Nei giorni scorsi, con la campagna referendaria, si è parlato spessissimo della radice antifascista della Carta. E si è portati a immaginare che fossero molti i costituenti con un’esperienza partigiana alle spalle. Ma non è così.
«No, in effetti fra i costituenti la presenza di partigiani è relativa. Ma questo è abbastanza naturale. Intanto perché i combattenti antinazisti venivano dall’Italia settentrionale e da alcune zone di quella centrale, ma in rarissimi casi dal Mezzogiorno. E poi i partigiani, quanto a personale politico, non erano tutti necessariamente allo stesso livello dei grandi protagonisti della Resistenza che tutti veneriamo. D’altra parte non si andava in montagna in base a una rigida selezione o a un fenomeno governato: ci si andava per sottrarsi alla leva fascista e per combattere e poi magari lì, grazie alla cosiddetta didattica partigiana e alle lezioni del commissario politico del reparto, si imparava, si cresceva e si veniva politicamente alfabetizzati. Quindi non dobbiamo immaginare che nell’Italia del dopoguerra ci fosse una classe dirigente partigiana che aveva saldamente in pugno le leve del comando: anzi, quelle dell’economia e della finanza sono rimaste in mano alla vecchia élite, e quanto alla selezione del personale politico c’era tutto un pezzo d’Italia, a cominciare da quella meridionale, che non ha conosciuto la Resistenza e aveva sentimenti moderati quando non monarchici. D’altronde in molti luoghi, anche in Sardegna, al referendum aveva prevalso la monarchia».
Nelle sue cronache dell’Assemblea comunque ci sono degli elementi sorprendenti. Fa uno strano effetto il cattolicissimo Giorgio La Pira che indica la Costituzione sovietica come modello.
«Ma La Pira era fatto così: da un lato proponeva di dedicare la Costituzione a Dio, con conseguente levata di scudi dei laici e delle sinistre, e dall’altra appunto proponeva di rifarsi alla Costituzione sovietica. Però bisogna tenere conto che si era ancora nell’immediato dopoguerra, la Cortina di Ferro non era ancora calata sull’Europa e quando si pensava all’Urss si pensava a uno dei liberatori, un Paese magari non democratico ma per il quale c’erano dei motivi di simpatia. Tenga conto che tra i materiali messi a disposizione dell’Assemblea da Massimo Severo Giannini, per conto del ministero della Costituente, c’erano anche dei volumetti, non ricordo se grigi o azzurrini, con i testi delle Costituzioni europee e un agile apparato di commento: erano testi che potevano servire da ispirazione, o per un lavoro di raffronto con gli elaborati dei costituenti italiani, e anche la Costituzione sovietica aveva il suo bravo libriccino. La rottura radicale dell’Occidente con quel mondo arriverà poco più tardi, specie dopo il voto del 18 aprile».
Un altro dato che può sorprendere chi è digiuno di lavori assembleari è la suddivisione del lavoro. È spontaneo immaginare la Costituzione come frutto di un lavoro corale, in realtà nacque dall’impegno di un comitato ristretto e in particolare dalla sue sottocommissioni. E per un Emilio Lussu che si lamenta del “lavoro a cottimo” c’è un Lelio Basso che confida come la Carta sia stata scritta, o almeno impostata, da un club di cinque persone: lui, Togliatti e tre dei famosi “professorini” della Democrazia cristiana.
«Ma alla fine in politica va sempre così, nelle istituzioni come nei partiti. Sa quando si dice “lo ha deciso il partito”? Bene, ma dentro il partito chi ha deciso? Il segretario, magari insieme a una cerchia che gli sta attorno, non certo l’opposizione interna al leader o gli elementi meno influenti. E forse è fatale che vada così, anche se l’idea che i costituenti si trovarono alcune scelte già predisposte dalla loro stessa élite, cioè dai capi, ammetto che possa fare una certa impressione. Ma questo non toglie che abbiano lavorato bene, e moltissimo.

In questo enorme lavoro hanno grande importanza anche le pause e i rinvii, un po’ come il tacet nelle partiture. Viene da immaginare che i dibattiti sui quali si incagliava la discussione venissero poi sviluppati e risolti dentro i partiti e fra i partiti.

«Lo storico si basa sulle fonti e certe cose le può solo supporre, però sì, penso che ci sia stato un momento di riflessione interno ai partiti. Una fase non documentata, dato che non abbiamo i verbali delle riunioni di partito, nella quale veniva riversata questa materia incandescente e ancora confusa. E a un certo momento i leader dei partiti avranno scelto la via da seguire, immagino. E avranno trovato l’accordo. La parola “accordo” è la parola chiave della Costituente».
D’altronde c’era da facilitare un impegno che già dal punto di vista concettuale era immenso.
«Ma fu un lavoro notevolissimo, mi piace sottolinearlo, anche dal punto di vista linguistico. Sa, quella era una classe dirigente che inevitabilmente avrà annoverato anche qualche trombone, ma nel complesso sapeva farsi capire e non ricorreva alla retorica del regime precedente. Curiosamente poi questo registro lessicale, così piano e privo di enfasi, non si riverberò nel linguaggio del diritto e delle sentenze successivo alla Costituzione, con i grandi giuristi che continuarono a scrivere in quell’altro modo, più complesso e di difficile interpretazione. Non a caso i linguisti si sono esercitati molto sul testo della Costituzione, anche segnalando la consistenza numerica delle ricorrenze (le parole chiave). Per esempio si parla spesso di “Repubblica” e poco di “Stato”».
Perché?
«Perché per chi usciva dal fascismo lo Stato appena crollato era il grande imputato, quello che attraverso la sua separazione dal popolo aveva portato il Paese alla sconfitta. Ma gli elementi linguistici significativi sono tanti. Ad esempio i riferimenti al mondo del lavoro e ai diritti ad esso connessi, che erano totalmente assenti nello Statuto dei Savoia. Sa, per gli storici l’analisi linguistica è un grimaldello importante. Basta pensare al primo duello per la lingua italiana burocratica».

Mai sentito.
«Non ha nulla a che fare con la Costituente ma è un episodio curioso e a suo modo illuminante. Mi è capitato di ricordarlo in un contributo a “Il dovere costituzionale di farsi capire”, un testo curato per Carocci da Maria Emanuela Piemontese, un’allieva di Tullio De Mauro (la prefazione, direi ovviamente, è di Sabino Cassese). La storia è quella di un garibaldino meridionale che dopo l’impresa di Garibaldi sveste la camicia rossa e diventa un burocrate del nuovissimo Stato italiano che, per capirci, aveva ancora Torino come capitale. Il nostro uomo viene mandato ad Alessandria e scopre che qui nessuno lo capisce: parlano tutti piemontese stretto, tranne il prefetto, che parla addirittura in francese. E lui è così esasperato dalle osservazioni dalle correzioni che gli infligge un suo collega, nonostante egli predisponga gli atti seguendo impeccabilmente i dettami dei grandi maestri napoletani del diritto, che alla fine lo sfida a duello e c’è uno spargimento di sangue, con conseguente procedimento disciplinare e trasferimento ad altra sede. Del meridionale, naturalmente».

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