Nato a Orgosolo il 4 aprile 1942, Graziano Mesina apparteneva a una famiglia di pastori della Barbagia. Penultimo di undici figli, crebbe nell’entroterra nuorese durante gli anni del dopoguerra. Il soprannome “Grazianeddu”, usato sin dall’infanzia, sarebbe poi diventato il nome con cui venne identificato dalla cronaca italiana per oltre sessant’anni.

Frequentò le scuole elementari per pochi anni. Nella sua autobiografia raccontò di avere abbandonato le lezioni dopo avere lanciato pietre contro il maestro durante una lite. Iniziò così da bambino a lavorare come servo pastore nelle campagne attorno a Orgosolo.

Il primo arresto risale al 1956, quando aveva quattordici anni. I carabinieri lo fermarono con un fucile calibro 16 rubato poco tempo prima. Venne trasferito in un riformatorio minorile. Negli anni successivi accumulò denunce per porto abusivo d’armi, furto e danneggiamenti.

Nel 1960 fu arrestato per avere sparato alcuni colpi in luogo pubblico durante una discussione. Rinchiuso nella camera di sicurezza dei carabinieri, riuscì a forzare la porta e a fuggire. Rimase nascosto per giorni nelle campagne del Supramonte prima di consegnarsi spontaneamente.

Poco tempo dopo venne coinvolto in un procedimento per tentato omicidio legato a una disputa tra confinanti nelle campagne di Ozieri. Durante il trasferimento verso il carcere riuscì a liberarsi dalle manette e si lanciò da un treno in corsa nei pressi della stazione di Macomer. Venne catturato poco dopo. In un’altra occasione si fece ricoverare all’ospedale San Francesco di Nuoro e riuscì a evadere calandosi da una finestra lungo una tubatura esterna.

Nel novembre 1962 uccise Andrea Muscau, che riteneva coinvolto nell’assassinio del fratello Giovanni. Muscau venne raggiunto da diversi colpi d’arma da fuoco. Per quell’omicidio Mesina fu processato e condannato a ventiquattro anni di carcere.

Durante la detenzione tentò più volte la fuga. Le ricostruzioni giudiziarie e giornalistiche gli attribuiscono ventidue tentativi di evasione, dieci dei quali riusciti. Nel carcere di Nuoro riuscì a procurarsi una pistola nascosta in un pacco destinato a un detenuto. In un’altra occasione segò le sbarre della cella utilizzando una lama introdotta clandestinamente nel penitenziario.

L’episodio che contribuì definitivamente alla sua notorietà avvenne l’11 settembre 1966. Rinchiuso nel carcere di San Sebastiano a Sassari, evase insieme allo spagnolo Miguel Atienza, ex legionario straniero detenuto per rapina. I due utilizzarono lenzuola annodate per scavalcare il muro di cinta e raggiunsero la campagna.

Nei mesi successivi si rifugiarono nelle montagne del Nuorese. Le ricerche coinvolsero centinaia di uomini fra carabinieri e polizia. Vennero istituiti posti di blocco lungo le strade provinciali e numerosi casolari furono perquisiti.

Nel giugno 1967 le forze dell’ordine intercettarono il gruppo nelle campagne di Osposidda, vicino a Orgosolo. Durante il conflitto a fuoco morirono il brigadiere Giuseppe Silanus e il maresciallo Felice Piga. Atienza rimase ucciso. Mesina riuscì a fuggire attraversando la montagna. Secondo le ricostruzioni dell’epoca si nascose per giorni in alcuni ovili del Supramonte prima di riuscire a spostarsi verso il Nuorese.

La cattura avvenne nel marzo 1968 dopo un controllo stradale alle porte di Orgosolo. Viaggiava armato a bordo di una Fiat 1100 insieme ad altri uomini. Tentò di reagire all’alt dei carabinieri ma venne immobilizzato. Le fotografie dell’arresto finirono sulle prime pagine dei quotidiani italiani.

Negli anni successivi venne trasferito in diversi istituti penitenziari, fra cui Regina Coeli, Volterra, Pianosa e Lecce. Continuò a progettare fughe anche durante la detenzione. Nel carcere di Volterra venne scoperto mentre scavava un passaggio all’interno della cella. In un altro episodio tentò di corrompere una guardia carceraria per ottenere armi e documenti falsi.

Nel 1976 riuscì a evadere dal carcere di Lecce insieme ad altri detenuti appartenenti alla criminalità organizzata. Dopo avere segato alcune sbarre, il gruppo immobilizzò agenti di custodia e raggiunse il cortile interno del penitenziario. Da lì riuscì a superare il muro esterno utilizzando corde improvvisate. Mesina rimase latitante per mesi prima di essere arrestato nuovamente nel marzo 1977.

Durante gli anni Settanta il suo nome comparve ripetutamente nelle indagini sui sequestri di persona. In diverse occasioni gli investigatori ipotizzarono il suo coinvolgimento nella gestione delle trattative o nella custodia degli ostaggi nelle montagne del Nuorese. Alcuni procedimenti si conclusero con assoluzioni o archiviazioni.

Nel 1985 ottenne un permesso di dodici ore per visitare un fratello malato a Crescentino, in Piemonte. Alla scadenza del permesso non rientrò in carcere. Venne arrestato pochi giorni dopo a Vigevano. Secondo le ricostruzioni dei giornali dell’epoca stava cercando di organizzare nuovi appoggi per la latitanza.

Per tutta la durata degli anni Settanta e Ottanta il suo nome rimase stabilmente nelle cronache giudiziarie italiane. Quotidiani e settimanali pubblicarono interviste, reportage e fotografie scattate durante i processi e i trasferimenti nelle carceri di massima sicurezza. Nel 1968 il New York Times lo definì “Italy’s most-wanted bandit”.

Nel 1992 ottenne la semilibertà. Nello stesso anno partecipò come mediatore informale alla liberazione del piccolo Farouk Kassam, rapito in Costa Smeralda all’età di sette anni. Il bambino venne sequestrato il 15 gennaio 1992 mentre si trovava vicino alla villa di famiglia.

I rapitori chiesero un risarcimento miliardario. Durante la prigionia amputarono parte dell’orecchio sinistro del bambino e inviarono il frammento alla famiglia per accelerare la trattativa. Farouk Kassam rimase prigioniero per mesi nelle campagne tra il Nuorese e l’Ogliastra.

Il ruolo di Mesina nella trattativa emerse attraverso diverse ricostruzioni giornalistiche. Secondo quanto riferito all’epoca, avrebbe utilizzato contatti maturati durante gli anni del banditismo per favorire il rilascio del bambino. Farouk Kassam venne liberato il 15 gennaio 1993 nelle campagne di Lula.

Nel 1993 la semilibertà venne revocata dopo il ritrovamento di armi e munizioni. Mesina tornò in carcere.

Nel novembre 2004 il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi gli concesse la grazia. La decisione venne firmata dopo anni di richieste avanzate da avvocati, politici e rappresentanti religiosi. Mesina uscì dal carcere dopo avere trascorso complessivamente quasi quarant’anni in detenzione.

Negli anni successivi lavorò come guida turistica in Sardegna e aprì un’agenzia di viaggi nel Padovano. Partecipò a trasmissioni televisive e incontri pubblici. In alcune interviste dichiarò di volersi lasciare definitivamente alle spalle il passato criminale.

Nel giugno 2013 venne arrestato nuovamente nell’ambito di un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Cagliari sul traffico di droga. Secondo l’accusa dirigeva un’organizzazione coinvolta nell’importazione e nella distribuzione di stupefacenti in Sardegna. L’indagine comprendeva intercettazioni telefoniche, pedinamenti e sequestri di droga.

Nel 2016 fu condannato a trent’anni di reclusione per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Contestualmente gli venne revocata la grazia concessa nel 2004 dal presidente Ciampi.

Nel giugno 2019 uscì dal carcere per decorrenza dei termini di custodia cautelare. Un anno dopo la Cassazione rese definitiva la condanna. Quando i carabinieri si presentarono nella sua abitazione di Orgosolo per notificare il nuovo ordine di carcerazione, Mesina era scomparso.

Nel febbraio 2021 il ministero dell’Interno lo inserì nell’elenco dei latitanti di massima pericolosità. Le ricerche coinvolsero ROS, GIS e reparti speciali dei carabinieri. Gli investigatori ipotizzarono che si spostasse utilizzando una rete di appoggi costruita nel corso dei decenni.

La cattura avvenne nella notte tra il 17 e il 18 dicembre 2021 a Desulo, nel Nuorese. Mesina venne trovato all’interno di un’abitazione del centro storico durante un blitz dei carabinieri. Non oppose resistenza. Al momento dell’arresto aveva con sé denaro contante e documenti.

Trasferito nel carcere di Badu ’e Carros e successivamente in quello di Opera, a Milano, trascorse gli ultimi anni in detenzione. Le sue condizioni di salute peggiorarono progressivamente.

Nell’aprile 2025 il tribunale di sorveglianza di Milano accolse la richiesta di differimento della pena per motivi medici. Mesina uscì dal carcere l’11 aprile. Morì il giorno successivo all’ospedale San Paolo di Milano, all’età di ottantatré anni.

I funerali si svolsero a Orgosolo, il paese nel quale era nato e dove aveva trascorso gran parte della sua vita tra periodi di libertà, latitanza e detenzione.

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