Dopo l’ultimatum e il dietrofront di Donald Trump che ha portato alla parziale tregua (già in discussione) tra Usa-Israele e Iran, il mondo ha ripreso a sperare nella pace ma non altrettanto accade a Teheran. L’attenzione è concentrata sugli avvenimenti internazionali, sulle trattative per la pace, sulle dure parole di Donald Trump e nel frattempo, in silenzio, il regime degli Ayatollah continua a massacrare i suoi oppositori interni, senza tanti problemi. La voce delle forze della resistenza all’estero si leva alta: dall’Organizzazione dei Mojahedin del popolo iraniano (Pmoi) alla presidente della resistenza nazionale iraniana Maryam Rajavi fino all’Associazione dei giovani iraniani in Italia, guidata dalla sassarese Virginia Pishbin, le denunce di ciò che accade nelle città persiane continuano a fioccare ma hanno poca eco nel panorama internazionale.

La protesta

Nei giorni scorsi, alcuni membri dei Giovani iraniani hanno manifestato a Roma di fronte all’ambasciata del regime di Teheran, per condannare la recente ondata di esecuzioni. Giovani scesi in piazza nei mesi scorsi per protestare, storici oppositori sono stati giustiziati senza troppi problemi al termine di processi sommari in cui la difesa non viene assolutamente garantita agli arrestati. Un paio di giorni fa sono state eseguite le sentenze di morte nei confronti di Vahid Bani-Amerian e Abolhassan Montazer, mentre nei giorni precedenti era accaduta la stessa cosa a Mohammad Taghavi, Akbar Daneshvarkar, Babak Alipour e Pouya Ghobadi, tutti accusati di avere legami con il movimento dei Mojahedin del popolo iraniano e con l’opposizione all’attuale regime retto da Mojtaba Khamenei, figlio del precedente Ayatollah. E nessuno, a livello internazionale, ha fatto niente. Da qui la mobilitazione davanti all’ambasciata per chiedere sia alla Ue che all’Onu di promuovere azioni concrete per assicurare i diritti civili a chi manifesta e protesta contro l’attuale regime in Iran.

Le esecuzioni

I sette prigionieri politici giustiziati in appena cinque giorni, nelle ultime settimane, prima dell’esecuzione, hanno cantato il loro inno alla resistenza “The Anthem of Resistance”. Il 30 marzo all’alba è toccato a Mohammad Taghavi, 59 anni, e Akbar Daneshvarkar (58): i loro avvocati e familiari non sono stati informati dell’esecuzione. Il 31 marzo a Babak Alipour (34 anni) e Pouya Ghobadi (3). Giovedi 2 aprile è stata la volta di Amirhossein Hatami, un 18enne arrestato per aver preso parte alle rivolte di gennaio, fermato insieme ad altri tre giovani manifestanti che sono stati giustiziati la settimana precedente. Nei giorni successivi, infine, uguale destino hanno avuto Vahid Bani Amerian e Abolhassan Montazer. A tutti loro veniva contestato di aver “ingaggiato guerra contro dio” e “aver portato corruzione sulla terra”, “capi di imputazione del fascismo religioso al potere, i giovani manifestanti non fanno parte della Resistenza iraniana ma il loro sacrificio continua a lastricare la strada della lotta per la libertà”, dicono gli oppositori del regime all’estero. Della questione si stanno occupando anche le Nazioni Unite. Mai Sato, attuale relatrice sulla situazione dei diritti umani in Iran, ha espresso a più riprese preoccupazione per quanto sta accadendo, sottolineando il fatto che i prigionieri politici uccisi “hanno ricevuto condanne a morte sulla base dei loro presunti legami con l’Organizzazione dei Mojahedin del popolo iraniano (Pmoi)”. Ha inoltre evidenziato che sono stati sottoposti a tortura e condannati dopo un processo iniquo, alla stessa stregua delle commissioni della morte che inviarono al patibolo nel 1988 migliaia di innocenti.

Il grido di dolore

“Essere in qualche modo, seppur per seconda generazione, parte della diaspora iraniana, significa guardare inermi il male e le atrocità commesse al tuo popolo senza poter far nulla, se non cercare instancabilmente di dare voce ai più senza voce, che rimangono all’interno del carcere chiamato Iran”, spiega Virginia Pishbin, cresciuta a Sassari, medico che opera a Nuoro. “Conosciamo già le atrocità che il regime dei mullah, dei pasdaran, dei bassij, le forze para militari, è in grado di perpetrare ai danni dei milioni di iraniani che tengono sotto scacco, e conosciamo bene la paura che alberga sotto tali nefandezze e continue violazioni dei diritti umani: ulteriori rivolte. Il regime ha paura di cadere per mano del suo stesso popolo martoriato e martirizzato”.

Le organizzazioni anti-regime oggi in esilio in Europa e negli altri continenti sono convinte che alcune “spallate” potrebbero far vacillare o addirittura cadere l’organizzazione teocratica di Teheran, per poi arrivare a una nuova fase democratica del Paese, su cui convergono tante mire, a iniziare da quelle del figlio dell’ex Shah, Reza Ciro Pahlavi, oggi residente negli Stati Uniti dal momento dell’esilio del padre. Peraltro le forze della diaspora iraniana sono convinte che non sarà “la guerra dall’esterno a finire” il regime, ma solo “il coraggio e l’intelligenza strategica di chi ogni giorno per le vie delle città iraniane rischia la sua vita”. Il Governo di Teheran, in questo modo, “sta cercando di impedire un’altra rivoluzione, utilizzando però metodi cruenti e ripetendo azioni come il “massacro delle prigioni “ dell’88, riconosciuto già genocidio nel 2024 grazie al lavoro di Javaid Rehan, ex relatore speciale per i diritti umani in Iran delle Nazioni Unite, genocidio in cui in una sola estate più di 30.000 prigionieri politici, il 90% dei quali colpevoli di appartenere o simpatizzare per il Pmoi, furono travolti dalla scure clericale”, ricorda Pishbin.

Il popolo iraniano

Il continuo massacro che viene perpetrato nelle carceri iraniane non è altro che “uno stillicidio continuo e silenzioso, ogni giorno esecuzioni su esecuzioni, spostamenti in luoghi di detenzione segreti di prigionieri politici, anticamera della morte di Stato. Eppure la fiamma della resistenza non viene spenta, anzi è come se nonostante il fortissimo dolore queste esecuzioni ignobili rendano ancora più sicuri chi è già coinvolto nella lotta e spingano altri a non piegarsi”, aggiunge la presidente dei Giovani iraniani d’Italia. Quindi la tregua voluta da Trump, pur essendo una notizia che tutto il mondo attendeva, non risolve il problema del popolo iraniano, per giunta invitato dallo stesso regime a fare da scudo umano alle centrali e ai punti strategici che gli Usa volevano bombardare subito dopo la scadenza dell’ultimatum.

“Questa è la prova del fatto che l’unica soluzione praticabile al problema in Iran sia il rovesciamento del regime ad opera del popolo e della sua Resistenza organizzata, perché questo è ciò che il regime teme di più, altrimenti perché li giustizierebbe in questo momento in cui il paese è in guerra? Inoltre dall’articolo dell’agenzia di stampa iraniana Fars, si evince quanto il regime sia preoccupato del Pmoi e come lo consideri una minaccia, confermando di fatto le attività delle unità di resistenza”, conclude Pishbin.

La presidente dell’organizzazione della resistenza iraniana Maryam Rajavi, infine, ha descritto le esecuzioni come un chiaro segno della disperazione del regime, in quanto riflette la profonda paura di un’escalation della rabbia popolare e dell’inevitabile rivolta per il suo rovesciamento. Da qui la richiesta alla comunità internazionale di condannare le esecuzioni e al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di intervenire immediatamente.

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