I gioielli della tradizione tra devozione e superstizione
A Nuoro, negli spazi di Isola di Man, l’esposizione “Coronas e altri rituali” mette in dialogo opere dei maestri dell’arte sarda e i monili identitariPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Un tuffo nella devozione popolare unisce arte e storia e proietta anche alla scoperta della superstizione nella Barbagia d’altri tempi. Quadri come “La sposa moderna” di Edina Altara, “La sposa di Ollolai” di Carmelo Floris, una figura femminile di Desulo dipinta da Francesca Devoto, l’eleganza scultorea di Francesco Ciusa e la forza espressiva delle feste nelle foto di Franco Pinna si ritrovano accanto a monili simbolo dell’identità culturale della Sardegna. Bottoni in filigrana, fermagli, amuleti, rosari e collane, tutti di collezioni private, dialogano con le opere dei grandi maestri dell’arte e diventano chiavi di lettura per comprendere, partendo dai costumi tradizionali dove sono ornamenti irrinunciabili, valori, credenze e rituali tramandati nel tempo.
Lo spazio di Isola di Man, nel corso Garibaldi a Nuoro, ospita un allestimento inedito che combina la pittura sarda dell’Ottocento e del Novecento, attinta dalla collezione permanente del museo diretto da Chiara Gatti, e l’antica arte orafa. Un dialogo affascinante perché mette insieme linguaggi diversi e schiude un mondo lontano, ovvero quello che porta oltre lo sguardo ammirato di fronte a gioielli, rosari (coronas e testales), amuleti (allèrios), reliquie (pungas) e altri manufatti realizzati in oro, argento, madreperla, corallo, lapislazzuli, turchesi e ossidiana. «L’esposizione nasce dall’idea che il gioiello tradizionale non sia un semplice elemento decorativo, ma un autentico simbolo identitario», sottolineano gli operatori del Man.
«La mostra mette in risalto la donna sarda e i suoi valori per il credo cristiano tanto è vero che tutte avevano il rosario, a qualunque classe sociale appartenessero, dalla più umile alla più ricca. Per combattere le forze del male le donne sarde si concedevano completamente a Dio, alla Madonna e ai santi», premette Agostino Basile, esperto di tradizioni popolari, che cura l’esposizione dei gioielli. I più antichi riportano la data del 1793: sono un rosario con testale donato alla sposa dalla suocera e un amuleto simbolo come “s’ispurgadentes”. Gli oggetti esposti, per lo più risalenti all’Ottocento e al Novecento, raccontano la Barbagia e altre zone dell’Isola, come l’area di Cagliari.
«Gioielli di natura ornamentale, che possono essere i bottoni e i fermagli d’oro, hanno anche un altro significato. Per esempio, i fermagli, a forma di occhio per respingere il malocchio, nella parte finale hanno alcuni tintinnaboli, tre pendenti che a Nuoro vengono chiamati “sa lacrima” per ricordare le lacrime della Madonna per la morte del figlio, ma sono anche respingenti verso il malocchio. C’è questa sorta di sacro e profano che si rincorre sempre e si crea una specie di sincretismo magico-religioso», spiega Basile.
«La Chiesa - sottolinea Basile - ha sempre condannato queste forme di paganesimo, però ci sono statue di Madonne che ai loro piedi hanno conchiglie che testimoniano la fertilità della donna e simboli fallici. I rosari, per esempio, nella parte superiore del pendente hanno un fiocco, cioè due lembi che si uniscono e rappresentano il matrimonio. Nella parte centrale c’è una stella respingente con le punte, contro il malocchio». Non solo. Nota Basile: «La Chiesa ufficiale ha condannato queste forme di paganesimo, però, di fatto i curati di campagna hanno trovato un compromesso. Loro stessi realizzavano “retzettas” o “mucatores veneitos” contro il malocchio, oppure all’interno delle teche reliquie, “sas pungas”, mettevano preghiere, broccati di manti di santi oppure imprecazioni».
Gli amuleti rappresentano un capitolo pieno di suggestioni. Uno in particolare, proposto nella mostra, è realizzato con un antico drappo di terziopelo e unisce oggetti vari come manufiche (sas fricas), “su coccu” o “abanedos” di varia forma, in paste di vetro e ossidiane nere.
«Gli amuleti erano nascosti alla vista. Nella mostra c’è il dipinto di una donna di Ollolai che li ha esposti, però succedeva in tempi più recenti, perché per funzionare l’amuleto doveva essere nascosto», aggiunge Basile. Un’altra curiosità porta al mondo delle campagne dove i pastori, per combattere i malanni del gregge, si affidavano ai poteri magici o presunti tali di “sas pungas”. «Quando accadevano morie improvvise di bestiame collocavano queste teche per terra, nei pressi di “sa mandra”, cioè il luogo della mungitura, e indirizzavano le pecore verso questa reliquia. Quella più ritrosa veniva uccisa perché era considerata indemoniata». Squarci antichi di storie perdute si possono così cogliere oltre l’ammirazione dovuta di fronte a tanta bellezza orafa. Un viaggio speciale dove gli oggetti raccontano devozione, protezione, appartenenza e memoria. Ogni monile, nella tradizione sarda, accompagna i momenti fondamentali della vita, dalla nascita al matrimonio, fino alla morte, assumendo un valore simbolico e spirituale che va ben oltre il suo pregio materiale. E la mostra a Isola di Man, aperta fino al 27 settembre, aiuta a cogliere tutto questo.
