Carrasciali e il suo sovrano, le secolari radici della festa a Tempio e in Gallura
L’antenato del tempiese Re Giorgio e della maschera del domino, le scorrerie a cavallo, a Olbia le società del Buon umorePer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
“Nell’ultima settimana di carnevale, quando più, quando meno, usano li cittadini tempiesi divertirsi alla corsa di maschere a cavallo nelle principali contrade per conseguente straordinaria è la popolare frequenza, che non può non produrre forte assordante schiamazzo”. È il vicario generale capitolare Tommaso Muzzetto, nel 1856 a segnalare all’illustrissimo signor intendente della provincia gli eccessi del carnevale tempiese, tanto più che le corse sfrenate – che vedevano protagonisti uomini e donne in una particolarità tutta gallurese – si svolgevano vicino alla chiesa di Santa Croce. Una lettera, custodita nell’archivio della Diocesi di Tempio, che è uno spaccato della festa più trasgressiva dell’anno. La festa, che all’epoca durava ben più degli attuali sei giorni, e iniziava con i fuochi di Sant’Antonio e talvolta addirittura all’Epifania, era tollerata dalla Chiesa. “Lo scrivente – precisa la lettera – non intende osteggiare pubblici onesti passatempi” ma chiedeva semplicemente una sorta di zona di rispetto dalle scorribande.
Lu Carrasciali timpiesu, il grande evento che conosciamo oggi, con i carri allegorici, è un’invenzione moderna – nata tra gli anni Cinquanta e Sessanta quando compaiono i primi carri di cartapesta sul modello di Viareggio - ma affonda le sue radici in una lunga tradizione diffusa in tutta la Gallura. Il re Giorgio di oggi, il sovrano che alla fine della sei giorni viene processato e inevitabilmente condannato, è l’erede diretto di Ghjogliu puntogliu, presente nei riti carnevaleschi già dalla metà dell'Ottocento. Incarnava la corruzione, la dissolutezza e l’oppressione del popolo e veniva raffigurato con un tronco di abete vestito di sacchi, poggiato nel carro a buoi. Niente a che vedere, esteriormente, con il colorato sovrano di cartapesta di oggi che brucia tra scoppi di petardi, coriandoli e musica.
Le maschere antiche
Ma se il Carnevale gallurese si porta dietro un impriting ludico, le antiche maschere non erano tanto diverse da quelle del resto della Sardegna. C’era Lu Traicogghju, spirito penitente che trascina una pesante pelle di toro e indossa una maschera di sughero, La Fuglietta, figura animale che ha il compito di tormentare le vite degli umani. Le Reula, una schiera di 5 o più anime penitenti che secondo leggende popolari girava per i paesi della Gallura da mezzanotte in poi, portando sventura, La Filugnana è la filatrice che, secondo la tradizione, scandisce e pone fine allo scorrere del tempo dell’uomo. Da Li Linzoli Cupaltati trae origine la più celebre maschera tempiese, il Domino, caratterizzato da un lenzuolo (oggi spesso un lungo mantello di luccicante e sensuale raso) che copre interamente viso e corpo celando l’identità di chi lo indossa, e che ancora adesso è uno dei simboli di Lu Carrasciali intorno al quale si intrecciano boccacceschi aneddoti, tra leggenda e realtà, di trasgressivi incontri nelle sale da ballo.
Le società del Buon Umore a Olbia
Nell’Ottocento il Carnevale era ben radicato anche a Olbia dove il fulcro della festa erano le Società del Buon Umore descritte da Francesco De Rosa nel suo “Tradizioni di Gallura”. Composta ciascuna di venti o più persone - ricorda De Rosa - le quali versano una rosa di cinque lire per gozzovigliare negli ultimi tre giorni del carnevale. “Verso le tre di sera – scrive l’autore - le società del buonumore solevano in Terranova portare in processione per le vie del paese il buon Giorgio, rappresentato da un busto, tolto alla polena d'un bastimento, che torreggiava sopra una grossa botte piena di vino, tirata su di un carro dai buoi, attorno al quale si vedevano quattro damigiane che rappresentavano altrettanti ceri e dietro il carro venivano, ordinati in due file, i soci con una bottiglia di vino in mano, lentamente precedendo e salmodiando buffoneschi inni, serrati da una folla di persone, fra cui tutti i fanciulli del paese”. Anche in questo caso l’avventura terrena del Giorgio in salsa marinaresca è destinata a concludersi tra i lamenti di chi piange il sovrano, Carrasciali è moltu! Carrasciali è moltu! Gjogliu meu! Gjogliu meu, e il successivo rogo.
Il fuoco simbolico, che tutto purifica, è l’unico elemento che ha attraversato i secoli e che a Tempio tutti gli anni segna la fine di Lu Carrasciali, i sei giorni più trasgressivi dell’anno.
