La storia (se così si può dire) ha dato torto a Matteo Salvini che su Roberto Vannacci non ha mai voluto ascoltare i maggiorenti della Lega. Eppure se il segretario avesse affrontato la questione dell’ex generale, da subito e non di pancia, oggi non si starebbe leccando le ferite.

Salvini non è che ha perso qualcosa in particolare con l’addio di Vannacci al Carroccio. Semplicemente il titolare delle Infrastrutture nel Governo Meloni ha rimediato una figuraccia, roba da pivellino della politica, non da leader. Perché lunedì 4 febbraio, non un secolo fa, Salvini ha chiamato l’ex generale al ministero. Convocazione da segretario a voce. Doveva essere un incontro chiarificatore, in cui il capo della Lega ha chiesto conto a Vannacci sulla nascita di Futuro nazionale, il nuovo partito dell’ex generale che sino a martedì 3 febbraio era solo un simbolo. Certo, faceva supporre che qualcosa stesse bollendo in pentola. Ma l’ormai ex vice del Carroccio ha continuato a escludere l’uscita dal partito.

La figuraccia sta nel fatto che Salvini, tronfio, diceva a suoi che mai Vannacci sarebbe andato via dalla Lega. «Ha detto che non uscirà», ripeteva quasi piccato in quelle ore a chi continuava a metterlo in guardia. Tanto che martedì, quando l’ex generale diventato eurodeputato ha ufficializzato di andare per la propria strada, Salvini ha parlato di «amena vicenda», provando a derubricare tutto, e ha detto che «Vannacci è stato solo una parentesi».

Ma come? Per Vannacci, Salvini ha fatto carte false. Ha voluto candidarlo a ogni costo al Parlamento europeo. E oggi il Carroccio si trova con un seggio in mano. Ha voluto sceglierlo a ogni costo come vice della Lega. E oggi il partito non che non abbia con chi sostituirlo, ma la poltrona rimasta vuota è ancora il segno di una sconfitta del leader.

Inutile negarlo: Salvini esce indebolito dal caso Vannacci. Il segretario se n’è sempre fregato dei richiami che gli arrivavano da due governatori di peso, come l’ex del Veneto, Luca Zaia e il friulano Massimiliano Fedriga (ancora in carica). Zaia, in particolare, conosce troppo bene la politica per andare addosso adesso a Salvini. E si è guardato bene dal riversare sul segretario la responsabilità dell’ingresso di Vannacci. Quindi ha sottolineato che «Salvini non è in discussione». Ma è nell’ordine delle cose la necessità di ridare una bussola a una Lega che il ministro ha piegato un po’ troppo sull’ex generale. «Che poi ha ripagato la fiducia con il tradimento», ha detto ancora Zaia.

Altra cosa è il destino di Vannacci. Salvini, ragionando di pancia come spesso gli capita, l’altro giorno al Ministero, quando ha invitato l’ex generale, ha provato a tenerlo nella Lega portando gli esempi di Gianfranco Fini e Angelino Alfano. Entrati entrambi in rotta di collisione con Silvio Berlusconi, ma le cui uscite dal Pdl per fondare rispettivamente “Futuro e libertà per l’Italia” e “Alternativa popolare” non hanno portato da alcuna parte. I due «non hanno fatto grande strada», ha provato a dirgli Salvini.

Meno di ventiquattro ore dopo, ecco invece il senso di “Futuro nazionale”, non un simbolo così a misura di convegni e gadget, ma un vero e proprio partito che Vannacci ha deciso di modellare a sua immagine e somiglianza. Nessuno potrà dirgli di contenersi perché con gli alleati bisogna essere gentili. Obbligatoriamente. Il partito di Vannacci è fuori da tutto: dal Governo, dagli assetti istituzionali, dalla diplomazia politica. Anzi. Sembra un po’ la posizione di FdI durante il Governo Draghi, quando Giorgia Meloni ha potuto guidare la scalata al consenso libera da vincoli. L’attuale premier, quando era all’opposizione da sola, si schierava dove il vento tirava. In certi momenti strizzava persino l’occhio ad anti-vaccinisti e no-vax. Tutto faceva brodo.

Quelle stesse carte, adesso, le può giocare Vannacci che a destra può drenare voti anche alla Lega, non solo a FdI, obbligato a sua volta a contenersi in materia di sicurezza e migranti perché forza di governo. E come tale la deriva xenofoba non possono permettersela. Vannacci sì. E questo non sarà un regalo all’Italia.

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