Sembra ieri, ma lo Strappo della Manica è di quasi dieci anni fa: il referendum con cui i cittadini del Regno Unito decisero di abbandonare l’Ue risale al 23 giugno 2016. Nel frattempo si è detto di tutto, e i pareri sugli effetti della Brexit sono stati spesso influenzati da ragioni ideologiche: in generale, comunque, per l’economia britannica non è stato un decennio assai florido. Per tanti motivi, tra cui la pandemia e la guerra in Ucraina. Ma sono sempre più numerosi gli studi che attribuiscono proprio alla separazione dal resto d’Europa una grande parte delle scarse performance registrate in questo lasso di tempo. Secondo uno dei contributi più recenti, il prodotto interno lordo britannico sarebbe cresciuto in questi anni dal 6 all’8 per cento in più, se Londra fosse rimasta nelle istituzioni europee.

Confronto con gli altri Paesi

L’analisi proviene dal Centre for economic policy research (Cepr), associazione indipendente che riunisce circa 1.700 economisti di oltre trenta Paesi e promuove ricerche sulle scelte in materia di politica economica dei governi e delle varie istituzioni. Un articolo apparso nel dicembre 2025 su VoxEu, portale online del Cepr, analizza l’andamento dell’economia del Regno Unito rispetto a quella di altri 33 Paesi: i 27 membri dell’Unione Europea e poi Stati Uniti, Canada, Giappone, Islanda, Norvegia e Svizzera. Confrontando vari dati del periodo 2006-2025 (essenzialmente: Pil, occupazione, produttività, investimenti delle imprese), la ricerca evidenzia un effetto relativamente lento e graduale della Brexit sui principali indicatori economici. Molte delle previsioni formulate dagli studiosi prima del referendum ipotizzavano una flessione piuttosto rapida, quantificata mediamente attorno al 4 per cento di mancata crescita del prodotto interno lordo: gli autori dell’articolo (Nicholas Bloom, Philip Bunn, Paul Mizen, Pawel Smietanka e Gregory Thwaites) osservano che, tutto sommato, i pronostici non sono andati troppo lontani dalla realtà. Le conseguenze negative però non si sono manifestate tutte subito; e forse i calcoli si sono rivelati persino ottimistici nel medio periodo.

Tra i dati esaminati, quello più preoccupante sembra il netto rallentamento degli investimenti delle imprese, stimato tra il 12 e il 18 per cento. Un colpo notevole, per un’economia abituata ad attrarre grandi capitali: come dimostra il ruolo assunto da tempo dalla City londinese nei mercati finanziari. Ma viene evidenziata anche una contrazione attorno al 3-4 per cento sia dell’occupazione che della produttività. Quanto ai salari reali, che le promesse dei fautori della Brexit davano in recupero, sono rimasti sostanzialmente fermi.

Il fatto che i danni dell’isolamento politico e commerciale si siano sviluppati nel corso del tempo si deve, a giudizio dei ricercatori del Cepr, a più fattori. Di sicuro ha inciso molto l’incertezza sulla situazione, protratta per vari anni in attesa degli accordi con Bruxelles, definiti solo nel 2021: le risposte date al Decision maker panel, una sorta di sondaggio tra gli imprenditori, indicano che questo stato di cose ha scoraggiato le aziende, paralizzandone gli investimenti, e in più le ha costrette a destinare molte delle loro risorse, anzitutto umane, per decifrare le nuove regole, a discapito della produttività e dell’innovazione.

Boris Johnson holds a press conference at Brexit HQ in Westminster, London, after David Cameron has announced he will quit as Prime Minister by October following a humiliating defeat in the referendum which ended with a vote for Britain to leave the European Union. PRESS ASSOCIATION Photo. Picture date: Friday June 24, 2016. See PA story POLITICS EU. Photo credit should read: Stefan Rousseau/PA Wire
Boris Johnson holds a press conference at Brexit HQ in Westminster, London, after David Cameron has announced he will quit as Prime Minister by October following a humiliating defeat in the referendum which ended with a vote for Britain to leave the European Union. PRESS ASSOCIATION Photo. Picture date: Friday June 24, 2016. See PA story POLITICS EU. Photo credit should read: Stefan Rousseau/PA Wire
Boris Johnson, fervente pro-Brexit, in una conferenza stampa post referendum (Rousseau/PA Wire)

Dopodiché, le complicazioni burocratiche e logistiche si sono tradotte in una forma di barriere commerciali non dichiarate ma pesanti, che in molti settori hanno depresso sia la domanda che l’offerta. E questo, tra l’altro, ha penalizzato soprattutto le imprese più produttive ed efficienti, perché spesso erano anche quelle più orientate all’export verso i Paesi Ue.

Lezione per il futuro

Insomma, con la Brexit “piuttosto che un singolo evento epocale, il Regno Unito ha vissuto un lungo processo di negoziazione, transizione e attuazione”, osserva lo studio Cepr, “con incertezza e costi di adeguamento che si sono protratti per quasi un decennio”. L’articolo non si sofferma, va detto, su un’altra variabile che può aver avuto il suo peso: la gestione non certo ottimale della fase post Brexit da parte della politica, con le molteplici difficoltà che hanno tormentato prima i governi di Theresa May e Boris Johnson, poi la parentesi disastrosa di Liz Truss, cui ha fatto seguito il tramonto del potere dei Conservatori con Rishi Sunak, e il cambio di maggioranza col laburista Keir Starmer: che però non sembra passarsela meglio. Impossibile sapere se scelte politiche differenti avrebbero potuto minimizzare gli impatti negativi dell’addio all’Ue: si può dire però che la classe dirigente britannica non fosse preparata all’evenienza, come conferma il fatto che lo stesso premier che istituì il referendum, David Cameron, si schierò in realtà contro la Brexit e fu travolto dal sorprendente esito del voto, favorevole all’opzione “Leave”. Una lezione per il futuro, e non solo per i popoli d’Oltremanica: “Il nostro lavoro – concludono gli economisti del Cepr – dimostra che il disimpegno dalle reti commerciali e produttive globali può comportare costi economici ingenti e duraturi, e questi costi tendono ad accumularsi lentamente anziché manifestarsi dall'oggi al domani”.

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