La storia di Domenico e Moritz, il peggiore incubo che non si poteva immaginare
Avevano sei anni in due. Di loro resta solo un caso giudiziario destinato a far discutere a lungo. Un bambino doveva salvare l’altro, grazie alla generosità di una madre e un padre. Invece piangono due famiglie. E un Paese intero vuole la veritàPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Di Domenico se n’è parlato moltissimo; di Moritz molto meno. Ma è la stessa storia, lo stesso incubo, la stessa tragedia. Domenico è il bambino di due anni e quattro mesi a cui è stato impiantato un cuore bruciato dal ghiaccio secco. Il cuoricino di Moritz, che di anni ne aveva quattro ed è morto due giorni prima di Natale.
Seppure siamo immersi nel tempo delle fiction, mai nessun regista si era spinto a immaginare una simile crudeltà. Invece la realtà ha superato l’immaginazione. In un Paese come l’Italia, dove la donazione degli organi, per atavica paura e anche un po’ di sfiducia nella sanità, resta un atto raro di generosità, ancor di più in età pediatrica, i genitori di Moritz sono riusciti ad andare oltre il proprio dolore. E quando il 23 dicembre i medici hanno detto loro che per Moritz non si potevano cullare più speranze, hanno deciso di far sopravvivere il proprio figlio in altri bambini.
Moritz era caduto in piscina il 15 dicembre. Mentre giocava, sorrideva, conosceva la vita. Era di Curon, Comune di 2.400 anime nell’Alta Val Venosta, in Alto Adige. Dal quel giorno, sino alla morte cerebrale, era ricoverato in Terapia intensiva al San Maurizio di Bolzano, dove dal Monaldi di Napoli l’antivigilia di Natale è arrivato il team di medici e infermieri che ha preso il suo cuoricino perché risultato compatibile con Domenico.
L’Unione Sarda, nei giorni scorsi, ha intervistato uno dei luminari della Cardiologia pediatrica, Roberto Tumbarello, che da primario ha guidato per lungo tempo la struttura complessa all’Arnas Brotzu di Cagliari. Il professore si è volutamente limitato a valutazioni tecniche. Che da sole danno la misura esatta dell’orrore accaduto tra Bolzano e Napoli. «Nei termini in cui conosciamo oggi la vicenda – ha detto Tumbarello –, non può essere andata come riferiscono i giornali. Sarebbero troppi gli errori commessi e tutti insieme», peraltro «difficili da capire considerando le spiccate professionalità del Monaldi». Il primario in pensione ha ricordato, per esempio, che «il ghiaccio secco, anidride carbonica allo stato solido, non è che lo si reperisce facilmente».
Ma col passare dei giorni e delle ore, l’impossibile anche per un medico, sembra realmente accaduto, sebbene il caso di Domenico e Moritz valga il mancato rispetto di una lunga serie di rigidissimi protocolli. Di certo, almeno il ghiaccio secco è stato usato. E siccome arriva a -80 gradi, ha bruciato il cuoricino di Moritz che, invece, doveva essere tenuto nel contenitore isotermico a una temperatura massima di quattro gradi.
Sarà la magistratura a stabilire le responsabilità. Quali e commesse da chi. Ma a tutti noi questo presunto caso di malasanità procura sgomento. Basta un dato: in Italia le donazioni degli organi in età pediatrica rappresentano meno del 6% dei trapianti totali. La morte di un bambino è di per sé una mostruosità. Uno choc. Ci vuole una forza d’animo fuori dal comune perché un genitore guardi oltre il proprio dolore, specie nell’immediato.
Ecco: i madornali errori commessi dal personale sanitario nella custodia e nel trasporto del cuore hanno condannato a morte, per la seconda volta, l’animo buono di una madre e un padre che avevano scelto di essere generosi. A quei genitori di Moritz non resterà più nemmeno l’illusione di sapere vivo un pezzetto del proprio figlio.
L’altra metà del racconto fa il paio con Domenico. Un bambino consumato dagli errori medici. Tenuto attaccato per cinquantanove giorni all’Ecmo, ovvero il macchinario che si sostituisce a cuore e polmoni. A Domenico – parrebbe – è stato impianto un cuore che, forse – questo dovranno scoprirlo i magistrati – non funzionava più già prima dell’intervento. Perché bruciato dal ghiaccio secco. E il professor Tumbarello ha chiarito pure questo aspetto: prima di espiantare l’organo malato al paziente che deve ricevere quello nuovo, si devono fare le prove. Invece nel caso di Domenico sembra che il protocollo non sia stato rispettato.
C’è bisogno di sapere. Perché la fiducia nella sanità passa anche dalla trasparenza.
