Dieci nuove specie di crostacei sono una delle sorprese regalate dalle cavità carsiche del Montalbo, scrigno di biodiversità che si conserva da milioni di anni. Una scoperta importante, dopo accurati studi, presenta al mondo minuscoli gamberetti. Le dimensioni sono modeste: il più grande raggiunge appena i due centimetri di lunghezza. Specie nuove per la scienza, uniche al mondo. Il loro nome richiamerà il luogo della scoperta. Una, per esempio, è ribattezzata Stenasellus montisalbis.

«Studiandola abbiamo potuto ricostruire la sua origine ed evoluzione: si tratta di una specie di origine molto antica, più antica del distacco della placca sardo-corsa dall’area europea avvenuta a partire da 20-18 milioni di anni fa. In pratica, la Sardegna, come una grande zattera, ha trasportato i discendenti di molte di queste specie durante la sua migrazione nel Mediterraneo i quali, nel tempo, si sono evoluti in nuove specie tutte endemiche dell’isola». Così Fabio Stoch, della Libera Università di Bruxelles, spiega il valore della scoperta, possibile grazie allo studio biologico sull’acquifero carsico del Montalbo, effettuato con moderne tecniche molecolari basate sul sequenziamento del Dna.

«Il progetto - sottolinea Stoch - si è avvalso di tecniche innovative per il sequenziamento del Dna ambientale; il Dna disperso nell’ambiente ha consentito di delineare la distribuzione della fauna nell’acquifero, individuando diverse compartimentazioni dello stesso, la loro dinamica in funzione delle variazioni idrologiche e di mettere in luce le correlazioni tra le acque sotterranee e i sovrastanti ambienti di superficie. I risultati dell’applicazione di tale tecnica hanno aperto la strada a un nuovo progetto europeo, “Biodiversa + (Sub-BioMon)”, che consentirà di verificare gli effetti dei cambiamenti climatici e delle attività antropiche sulle acque sotterranee».

Ricerche nel complesso carsico del Montalbo (foto concessa)
Ricerche nel complesso carsico del Montalbo (foto concessa)
Ricerche nel complesso carsico del Montalbo (foto concessa)

Un’altra specie porterà il nome Stenasellus tepilorae che evoca il Parco di Tepilora, ente che promuove e finanzia il progetto di ricerca nell’area della Riserva di biosfera Mab Unesco Tepilora, Rio Posada, Montalbo. Il progetto coinvolge studiosi della Libera Università di Bruxelles, speleosub dell’associazione Phreatic, esperti in biologia, scienze naturali e geologia. Per quasi due anni analizzano i corsi d’acqua che attraversano la catena montuosa tra Siniscola e Lula, tra l’acquifero di “Sa conca ’e Locoli” e la sorgente di “Fruncu ’e oche”. Centinaia di ore di immersione, su profondità di decine di metri e spostamenti in stretti cunicoli lungo versanti in asciutto mai esplorati, permettono di sperimentare nuove tecniche di analisi biologica, del Dna della fauna acquatica e di ricostruire, quindi, la storia della Sardegna quando è ancora unita alla penisola iberica e al sud della Francia. I due gamberetti più grandi sono censiti in ambito scientifico, appunto Stenasellus montisalbis e Stenasellus tepilorae.

«La scoperta di nuove specie ci racconta quanto ancora ci sia da analizzare e ricercare in Sardegna, quanto questa terra antica abbia custodito per milioni di anni e che, grazie alle innovative metodologie di ricerca come quella biologica sperimentata nel cuore delle nostre montagne, possiamo ancora ritrovare e mettere alla base delle prossime frontiere della conoscenza», dice Martino Sanna, presidente del Parco di Tepilora. E assicura: «Continueremo a fare la nostra parte contribuendo a sostenere team e progetti di ricerca che, nel riprendere in mano il passato, possano dare alle nostre comunità e alla Sardegna intera uno slancio più forte verso il futuro».

I risultati dello studio vengono presentati di recente a Nuoro da Fabio Stoch, dal sindaco della città Emiliano Fenu, dal presidente della Provincia Giuseppe Ciccolini, dalla direttrice del Parco di Tepilora, Marianna Mossa, e dal presidente Sanna, da Angelo Naseddu, presidente della Federazione speleologica arda, da Andrea Marassich che guida l’associazione Phreatich e dal geologo Francesco Murgia, referente della Riserva di biosfera nell’assemblea del parco Tepilora.

Speleosub nelle grotte del Montalbo (foto concessa)
Speleosub nelle grotte del Montalbo (foto concessa)
Speleosub nelle grotte del Montalbo (foto concessa)

«La grotta di Sa Conca ’e Locoli - spiega Marassich - rappresenta uno dei sistemi carsici più complessi della Sardegna. Dopo circa 300 metri, tra pozzi e laghetti, si raggiunge il sifone iniziale da cui si sviluppano due rami distinti. Verso monte si estende il ramo più tecnico, con cinque sifoni progressivamente più impegnativi: il terzo è attualmente il più profondo tra i conosciuti in Sardegna ed è esplorato con rebreather (una respirazione a circuito chiuso, ndr) e scooter subacquei. Verso valle, la diramazione Siniscola termina con un quinto sifone stretto e non percorribile; qui la difficoltà principale è la lunga e articolata parte asciutta post-sifone, che richiede elevato impegno fisico e gestione del rischio».

La scoperta dei crostacei acquatici è il frutto di un lavoro di grande valore scientifico che coinvolge vari esperti. Dice Murgia: «È una soddisfazione straordinaria condividere gli esiti di questo studio, che conferma l’importanza dei monitoraggi condotti dagli speleologi in collaborazione con gli istituti di ricerca negli ambienti carsici. La cooperazione tra Riserva Mab Unesco, associazione Phreatic e Università di Bruxelles ha portato non solo a nuove conoscenze sulla biodiversità della Sardegna, ma ha aperto una strada, basata sulla genomica, per condurre analisi più veloci e meno invasive sullo stato ambientale dei nostri territori».​​​​​​​​​​​​​​

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