Funziona, e anche piuttosto bene. Non abbastanza, però, per assicurarci in modo convincente che sia in grado di mantenere una promessa: quella che si esprime con la frase «ci penso io». E sì che pensare sarebbe la sua ragione di vita, per così dire, considerato che una vita vera non ce l’ha, ma comunque esiste per quello.

Nel mondo è AI (Artificial intelligence), qui da noi è IA (intelligenza artificiale), ma cambia poco: è la capacità che i computer affinano sempre più di scrivere documenti al posto nostro – salvo sfondoni ridicoli, infatti bisogna sovrintendere in versione umana a tutto ciò che l’IA produce -, ma anche di svolgere autonomamente compiti, particolarmente quelli ripetitivi. Tutto, al posto nostro.

L’utilizzo dei software di intelligenza artificiale serve, tra i mille usi possibili, anche per far crescere in quantità e qualità la famiglia. Non la nostra: la sua. Già, perché il software IA svolge anche il compito di scrivere software della stessa “famiglia” IA, e questo è banale ma anche un po’ inquietante. Le case produttrici di programmi informatici – nel senso più largo, quindi il ragionamento si estende ad esempio anche agli smartphone o al computer di bordo della nostra auto – hanno visto nell’IA un’occasione per sviluppare e vendere software scritti proprio dall’Intelligenza artificiale.

Sono pessime notizie? Significa che a noi umani non resta che condurre una vita sempre a zonzo, considerato che se non si lavora (perché lo fa la macchina al posto nostro) non si guadagna e se non si hanno entrate economiche non possiamo pagarci nemmeno le spese di casa? Non proprio, anzi: non ancora. È lì che siamo diretti, se non ci inventiamo qualcosa, ma ci vorrà ancora un po’. Speriamo più di un po’.

Intanto, vediamo come inquadrare il fenomeno e a questo serve uno studio di Assosoftware: gente che se ne intende, considerato che è l’Associazione italiana produttori software e che questa indagine – chi l’ha fatta, la definisce la prima mai realizzata sul settore – ha coinvolto 73 software house (quindi, produttori di programmi) associate. È proprio dai risultati, che ci si rende conto di un’avanzata silenziosa che vede l’IA già ben presente in modo strutturale nel ciclo di sviluppo del software delle imprese italiane del settore. Anzi, è proprio nella scrittura del codice e della documentazione tecnica, l’attività in cui l’intelligenza artificiale è maggiormente utilizzata, e quindi più testata. Questo, perché diminuisce il lavoro umano e accelera i tempi.

Proviamo a dirlo con i numeri raccolti al termine dell’indagine di Assosoftware. Questo studio indica che il 78 per cento delle imprese produttrici di programmi informatici già utilizza l’IA, e poi c’è un altro 14 per cento che conta di introdurla entro i prossimi dodici mesi. Poi c’è un 8 per cento, e come tale residuale, che continuerà a sviluppare software utilizzando solo la mente umana.

Attenzione, però: il ricorso all’IA per la scrittura di nuovi software cambia notevolmente nelle varie fasi dello sviluppo di un programma informatico. La fase di programmazione è la protagonista assoluta: si fa ricorso all’IA per realizzarne il 90 per cento, e si utilizza anche per il 69 per cento della documentazione, per il 53 per l’analisi dei requisiti, per il 51 per modellazione e progettazione. Se invece si va a vedere l’utilizzo in fase di revisione e manutenzione si scende al 30 per cento, mentre per i test l’uomo continua a fidarsi soprattutto dell’uomo: all’IA tocca solo il 17 per cento del lavoro.

L’apporto dell’intelligenza artificiale cresce dunque costantemente, questo è certo, ma non in modo omogeneo: il livello di automazione dei processi di sviluppo resta invece limitato e concentrato su compiti specifici. Ad esempio, l’IA si utilizza per l’analisi di documenti e requisiti, ma anche per altri compiti: composizione di prototipi, revisione di porzioni di codice, generazione di dati di test sintetici e rilevamento di bug (errori nei codici) e vulnerabilità. Dalle parti del governo dell’intera fase end-to-end, invece, la si vede in giro ben poco. Questo significa che l’intelligenza artificiale è, per ora, più “assistiva”, integrata nel lavoro umano, che “sostitutiva”. L’IA, per ora, è dunque più un supporto operativo con livelli di automazione che di rado vanno oltre il 30 per cento. Pochi i casi in cui si supera il 50 per cento.

Quali sono i problemi maggiori con cui si scontra chi usa l’IA per la scrittura di software? Lo studio di Assosoftware dice che le principali criticità sono legate alla comprensione del contesto e alla capacità di interpretazione dei sistemi di IA. L’80 per cento delle software house segnala la generazione di casi troppo generici o falsi positivi o negativi nei test, il 78 per cento difficoltà nell’analisi documentale e nella comprensione completa dei requisiti. E poi ci sono rischi legati all’introduzione di vulnerabilità nel codice e ai limiti nell’astrazione delle regole di dominio. Ma di certo, l’intelligenza artificiale aiuta la produttività, richiede l’aggiornamento del personale, fa risparmiare tempo e quindi denaro. Anche, purtroppo, consentendo di sviluppare una mole di lavoro per la quale, senza l’IA, servirebbe qualche persona in più.

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