Per gli abbonati Netflix, ormai, “Monster” è diventato un appuntamento fisso. Il ciclo di storie ispirate a fatti realmente accaduti che, nell’arco di ogni stagione, tentano di ricostruire le figure complesse di alcuni tra i più efferati assassini della storia ha saputo attrarre il pubblico, oltre che per il brivido dei brutali retroscena, per lo studio dei caratteri psicologici e delle cause determinanti che hanno portato i soggetti a trasformarsi in esseri tanto disumani. Pur figurando ormai tra i titoli di punta del servizio streaming, il franchise ha fatto spesso discutere per le eccessive licenze rispetto agli accadimenti reali. Un aspetto che, soprattutto, non ha mai convinto la critica, ma che si pone in controtendenza rispetto all’interesse dimostrato dagli spettatori casalinghi.

Dopo il convincente esordio incentrato sul profilo di Jeffrey Dahmer, anche noto come “il mostro di Milwaukee”, abbiamo poi assistito al caso dei fratelli Menendez, ispirato al fatto di cronaca nera che, nella calda estate del 1989 a Beverly Hills, vide i due giovani compiere l’omicidio a sangue freddo dei propri genitori. Con la terza stagione, ambientata nel Wisconsin rurale degli anni ‘50, abbiamo invece ripercorso le vicende di Ed Gein, anche noto come “il macellaio di Plainfield”, interpretato per l’occasione dal celebre Charlie Hunnam.

Una personalità talmente oscura da aver ispirato, con i suoi orrendi crimini, capolavori del cinema come “Psycho”, “Non aprite quella porta” e “Il silenzio degli innocenti”. Non a caso, il peso del ruolo è risultato così gravoso da aver perfino intimorito lo stesso Hunnam. Ha affermato al riguardo in una passata intervista a Entertainment Weekly: “Ho iniziato a documentarmi, leggendo tutti i libri su Ed Gein, e sono caduto nel panico totale. Ho pensato che forse non sarei più riuscito a uscirne. È un ruolo così oscuro, davvero difficile da abitare come personaggio”.

E, spiegando, dopo un’accurata analisi, la natura umana celata dietro al mostro, ha aggiunto: “ Ti rendi conto che quella persona ha preso una strada terribile come conseguenza o reazione a qualcosa che ha vissuto, ma riesci comunque a capire cosa ha provato e in che modo si è sentita. Da lì ho cercato di costruire il personaggio, di renderlo umano, e onestamente di non giudicarlo. Ma allo stesso tempo dovevo stare attento a non provare troppa empatia per lui. È stato davvero come camminare su un filo sottile”.

In occasione dell’uscita di “Monster: la storia di Lizzie Borden”, il quarto ciclo di episodi apparso su Netflix lo scorso 17 settembre, l’attore ha nuovamente parlato del franchise e del suo ritorno, a questo giro, nei panni di Andrew Borden: il padre della protagonista, ucciso insieme alla moglie nel 1892. Ambientata nel Massachusetts, la serie racconta la storia di Lizzie, una ragazza che, pur appartenendo a un contesto benestante, vive in un ambiente domestico repressivo e umiliante. Ad alimentare la sua urgenza di sfogo e il suo desiderio di emancipazione è, soprattutto, il difficile rapporto con il padre Andrew e la matrigna Abby, due figure schiaccianti che - nella ricostruzione proposta dallo show - la porteranno a compiere un gesto estremo, arrivando a ucciderli a colpi d’ascia in nome della propria libertà. Da qui prende il via uno dei processi più noti della storia americana, volto a ricostruire le precise dinamiche dei delitti e le ragioni profonde che potrebbero aver portato a un crimine tanto feroce.

Nuovamente intervistato da Entertainment Weekly, Hunnam ha colto l’occasione per evidenziare le differenze specifiche tra il personaggio di Gein e quello di Borden. Ha affermato sul primo: “Ed Gein era un personaggio profondamente disturbato che si dedicò per un lungo periodo a una depravazione davvero perversa”. Nel secondo caso, la situazione gli è apparsa invece più ambigua, poiché Lizzie Borden non fu mai condannata per il duplice omicidio. Ha aggiunto nel merito: “Se davvero avesse commesso questo crimine, e non fu mai dimostrato, fu un crimine passionale molto più comprensibile”.

Soffermandosi ulteriormente sulla tossicità dell’ambiente familiare in cui Lizzie nacque e crebbe, ha detto: “Viveva in questa casa incredibilmente oppressiva, con un padre completamente inaccessibile e che governava in modo freddo, ferreo e tirchio, e una matrigna infelice che la risentiva”. Sarebbero state proprio le tensioni, la gelosia e il senso di oppressione - afferma Hunnam - ad aver plausibilmente innescato nella giovane un istinto omicida: “È culminato in questo crimine passionale, in cui questa ragazza apparentemente molto innocente e molto gentile è esplosa e ha brutalmente ucciso entrambi i genitori”.

Giovanni Scanu

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