C’è un momento, in certi spettacoli teatrali, in cui il sipario non cade su un palco ma su qualcosa di più intimo e scomodo: la nostra stessa interiorità. È quello che promette di fare “I soli in una stanza”, lo spettacolo in programma questa sera alle 20 presso il Centro Studio Danza di Oristano, per la regia di Serena Guidoni e organizzato da Kainothomia delle Ombre. Un titolo che già da solo pesa e risuona. Perché di solitudini, nel mondo di oggi, ne conosciamo tante; quelle che scegliamo, quelle che ci capitano, quelle che abitiamo senza nemmeno accorgercene. E il teatro, quando è vivo davvero, ha il coraggio di nominarle.

Lo spettacolo è il cuore pulsante di un progetto firmato dal Comitato regionale della Federazione Italiana del Teatro e delle Arti e nasce da una collaborazione straordinaria tra cinque compagnie: Compagnia Teatrale La Forgia APS, Filodrammatica Guspinese, Come.Te A.P.S., Chen’e Sentidu e Kainothomia delle Ombre APS, che hanno unito voci, corpi e visioni per dar forma a un unico atto. Dodici attori sul palco, un testo scritto a più mani, un’opera che si definisce grottesca, viva, umana. Tre aggettivi che non si contraddicono, anzi si cercano. La produzione giunge a Oristano nel pieno di una tournée nazionale, reduce dal successo dell’ultima tappa di Tarquinia, portando con sé l'energia accumulata sul campo e la consapevolezza di uno spettacolo che sa già come parlare al pubblico.

Carlo Sechi, presidente di Kainothomia delle Ombre e tra gli autori del testo insieme a Martina Cruccu e Simonetta Contu, racconta il progetto con la consapevolezza di chi sa che il teatro non deve consolare, ma aprire ferite necessarie. «Volevamo parlare di ciò che resta quando le certezze si sgretolano», spiega. «Personaggi che si muovono in stanze, reali o interiori, poco importa, dove il confine tra rifugio e prigione è sottilissimo. Ognuno di loro porta addosso una crepa. Ed è proprio lì, in quella crepa, che abbiamo cercato l’umanità vera». Non una storia lineare, dunque, ma una costellazione di solitudini che si sfiorano senza mai toccarsi del tutto. Dentro quelle stanze chiuse e silenziose si muovono la fragilità, il bisogno di controllo, l’illusione che tutto possa restare in ordine. Fino alla frattura inevitabile e necessaria, che Sechi descrive come «un vento che spalanca le finestre e mette a soqquadro ogni equilibrio, vero o finto». La scelta del grottesco non è casuale. «Il grottesco ci permette di dire cose difficili senza schiacciare lo spettatore», chiarisce il presidente. «Non giudichiamo i personaggi. Li ascoltiamo. Non offriamo risposte. Esponiamo il caos. E in quel caos, lasciamo affiorare qualcosa di struggente: la possibilità, ancora, di restare umani».

Uno spettacolo, quindi, che non vuole essere rassicurante. Che sceglie deliberatamente di iniziare da un posto scomodo, da quelle stanze dove ognuno di noi, prima o poi, si è ritrovato solo con sé stesso.

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