Una strada deserta, un paesaggio «antico» e, all'improvviso, un profumo così intenso da spingerlo a scendere dalla macchina e respirare a pieni polmoni, «come se fossi in una profumeria». Se potesse scrivere una canzone sul suo viaggio in solitaria in Sardegna, da Cagliari a La Maddalena, Giuseppe Peveri, in arte Dente, 50 anni, 9 album e la voce di un ragazzino, forse partirebbe da quest’immagine che ha stampata nella memoria. Quest’anno il cantautore di Fidenza, che deve il nome d'arte al soprannome che gli diede uno zio, tornerà per visitare la costa occidentale, ma prima farà tappa al “Sanga Book Fest di San Gavino Monreale”, il festival in programma da oggi a domenica con oltre 20 ospiti, tra libri, musica e performance. Dente sarà protagonista questa sera alle 22, in dialogo con il direttore artistico Nicola Muscas, per un’ora dedicata alla canzone d'autore, ai romanzi e all'universo. Un appuntamento cucito addosso a uno dei protagonisti della prima stagione dell'indie italiano che nella parola, in un preciso momento della vita, ha trovato la propria scintilla creativa.

Diploma da perito elettronico, poi il Dams e un lavoro come magazziniere: quando ha iniziato a scrivere?

«A 20 anni ho cominciato a suonare la chitarra, poi a comporre le mie prime canzoni. Non ho una formazione artistica, sono un autodidatta in tutto: diciamo una persona curiosa che ha scoperto, un giorno, la capacità di esprimersi in un modo diverso».

Quel modo diverso che 20 anni fa portò a uno dei primi album della scena cantautorale indipendente, “Anice in bocca”: 300 copie, vendute solo ai concerti e senza distribuzione.

«Era l'età del legno dell’indie, un genere che dieci anni dopo avrebbe avuto un momento d'oro. Oggi è cambiato tutto: la canzone italiana si è atrofizzata».

In che senso?

«Siamo perennemente distratti, si sta sviluppando un tipo di musica che deve essere accattivante nei primi pochi secondi. Un ricordo lontano ormai le introduzioni strumentali, per esempio. Questo danneggia a mio parere la capacità critica, e non è facile per chi scrive pezzi che hanno bisogno di un certo tipo di attenzione. Come quando si affronta un libro nuovo: non puoi subito decretare se ti piace, devi trascorrerci settimane».

Cosa la spinge allora a scrivere ancora?

«L’urgenza. Ho ancora la necessità di dire qualcosa a me stesso o a qualcuno, di liberarmi di un peso. Continuo a vivere la musica in modo terapeutico».

“Santa tenerezza” è il titolo del suo ultimo album.

«Per me è un modo di vedere e vivere le cose che non voglio che mi abbandoni. Sarà anche fuori moda, in quest'epoca di machismo, ma io non sono mai stato dentro al mio tempo quindi sono a mio agio».

Leitmotiv del festival di San Gavino sarà la leggerezza: cosa significa per lei?

«Amo l'ironia, l'autoironia e mi piace dire cose non leggere in modo leggero. Non ho inventato niente, penso ad esempio alla leggerezza mascherata di Franco Battiato. Un esercizio che mi diverte, anche se sa d'inganno».

Che ricordo ha del suo primo viaggio in Sardegna?

«Era il 2007 e, stupito per la sua natura direi aliena, mi fece quasi impressione. Chilometri e chilometri di strada senza vedere nessun tipo di insediamento. Era molto bello e molto strano per me che vengo dall'Emilia-Romagna e dalle mie parti su ogni metro c'è qualcosa, anche solo un capannone: 5 anni fa ci sono stato da solo in ottobre, passando per la costa est. Ricordo spiagge incantate, ambientazioni sospese nel tempo. E a un certo punto c'era come una montagna, immersa in un profumo meraviglioso. Mi sono fermato solo per respirare, mi sentivo in una profumeria. Quest'anno visiterò la costa ovest e di nuovo, rigorosamente, fuori stagione».

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