E che paura misurarsi con il logudorese antico, quella lingua misteriosa e così lontana. Francesco Guccini non era affatto sicuro che il suo sardo un po’ emiliano avrebbe reso giustizia al “ballu cantau” con i Tenores di Neoneli e invece quella sera al Premio Tenco di Sanremo, correva l’anno 1999, il palco dell’Ariston diventò un ponte tra l’Appennino tosco-emiliano e la Sardegna più profonda. «Noi, gente dell'Appennino, mica siamo tanto lontani dai sardi», finì per dire. E fa commuovere rivedere oggi il Maestrone cantare con la sua inconfondibile erre moscia assieme a Tonino Cau “Naschet su sardu”, dall’album “Barones”, interamente impostato sul componimento della fine del Settecento del poeta Francesco Ignazio Mannu di Ozieri, l'Innu de su patriota sardu a sos feudatarios.

Una sera in Ogliastra

Se n’è andato nella notte tra il 5 e il 6 agosto nella Pavana dei suoi avi, a 86 anni, circondato dall'affetto della moglie Raffaella e della figlia Teresa. Le indicazioni della famiglia sono chiare: funerali in forma strettamente privata, solo a settembre una cerimonia commemorativa. «Invecchiare è bello, ma bisogna invecchiare bene», raccontava il poeta nel 2005 prima di un concerto a Santa Maria Navarrese. «C'è mia madre, Ester, che ha 91 anni. È sana e arzilla. Spero di arrivare a quella età così come lei. Ma qui in Sardegna ci sono tanti anziani così, no?».

La storia, la vita

Il bardo emiliano era nato a Modena il 14 giugno 1940, «quattro giorni dopo l'entrata dell'Italia nella seconda guerra mondiale» e ricordava di essere «il primo Guccini in famiglia ad essere arrivato a compiere 80 anni». Era cresciuto tra l’Appennino e Bologna, la città della sua vita bohémien. Ex giornalista della Gazzetta dell'Emilia, negli anni ‘50 con il gruppo degli Hurricanes suonava nelle sale da ballo i pezzi rock del momento. Per guadagnarsi da vivere, ancora studente, aveva deciso di “vendersi” come autore, per Caterina Caselli e soprattutto per i gruppi Beat, Equipe 84 e Nomadi, che hanno portato al successo “Auschwitz”, “Per fare un uomo”, “Dio è morto”, “Noi non ci saremo”. Ma è dagli ‘70 che diventa, lui, uno dei personaggi più amati della stagione dell'impegno, complici anche i suoi concerti, autentici happening in cui la musica e le canzoni si mescolano con monologhi e accenti del miglior cabaret.

Canzoni come inni

“La locomotiva”, “Piccola città”, “Il vecchio e il bambino”, “Vedi cara”, “Incontro”, “Autogrill”, “Canzone per un amica”, “Cirano”, “L’avvelenata” a distanza di anni restano inni che mescolano politica, memoria, nostalgia, dubbio e quella ricerca continua di una verità difficile da raggiungere. Guccini era allergico ai dogmi, capace di indignarsi e allo stesso tempo di raccontare con tenerezza le fragilità degli uomini. Anarchico convinto, non smetteva di rivendicarlo. «Il mio anarchismo è d’inizio del secolo scorso, romantico, del tempo che fu», sottolineava, ammettendo che «comunque non è che disprezzi tanto gli anarco-insurrezionalisti».

L'immagine del cantautore con l'eskimo è riduttiva per il più erudito dei grandi protagonisti della canzone d'autore che ha portato nella musica italiana una tradizione letteraria che va dalla poesia di Leopardi, Gozzano, Montale, Carducci a quella di Elliot e dei maledetti, alla letteratura americana, da Borges a Barthes fino alla cultura popolare e agli studi di glottologia. Docente - insegnò fino a metà anni '80 lingua italiana al Dickinson College di Bologna, ma anche nella sede bolognese della Johns Hopkins University – era anche scrittore. Cròniche epafàniche, pubblicato da Feltrinelli nel 1989, è solo il primo romanzo e una delle sue opere di maggior successo ma è stato in cinquina al Campiello nel 2020 con “Tralummescuro” e a settembre uscirà postumo per Giunti “Calde le pere!”.

Da cantore dei popoli amava la Sardegna: ricordava con affetto la prima volta che aveva suonato, nel 1975, al Palazzetto di Cagliari. Non c’era un palco, non c’erano transenne, solo una sedia e un microfono. E poi il 1984, davanti ad alcune migliaia di spettatori, al Ferroviario di Cagliari, e nel settembre 2004 un nuovo concerto all’Anfiteatro Romano, pubblicato nel 2005 come doppio album dal vivo e dvd dal titolo “Anfiteatro Live”. Una fotografia perfetta del suo modo di stare sul palco: diciassette brani, ma anche dialoghi con il pubblico, battute, improvvisazioni e quella dimensione conviviale che conservava intatto il profumo delle sere nelle osterie di Bologna.

Nel 2011 portò la tournée “Storia di altre storie” alla Grande Miniera di Serbariu, a Carbonia. Il saggio emiliano, portavoce delle ingiustizie sociali e delle battaglie collettive, scelse per uno dei suoi ultimi concerti l'ombra delle torri minerarie e di una storica locomotiva identica a quella che lui aveva «lanciato a bomba contro l'ingiustizia». L’anno successivo avrebbe annunciato di voler chiudere con il cantautorato per sempre. Ma “L'ultima Thule” non è stata davvero l’ultima terra da raggiungere. La locomotiva continua a correre, contro il tempo e l’oblio.

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