La crescita dell’occupazione dell’ulti­mo ventennio è avvenuta attraverso un’ampia ricomposizione della forza lavoro che si è spostata dall’indu­stria al terziario, assecondando il cambiamento in atto della struttura produttiva del Paese. Considerando le Unità di lavoro equivalenti a tem­po pieno (Ula), il Rapporto annuale dell’Istat osserva che tra il 2007 e il 2024 lo spostamento di occupati tra i settori è stato molto ampio; tra le attività che hanno perso nel com­plesso 1,35 milioni di Ula, spicca l’In­dustria in senso stretto che ha fatto registrare una diminuzione di quasi 700mila, seguita dal Commercio con - 300mila e oltre - 225mila la Pub­blica amministrazione. Altri settori hanno aumentato di poco meno di 2milioni le Ula: quasi mezzo milione in più nella Sanità e assistenza so­ciale e oltre 400mila in più sia nelle Attività professionali, scientifiche e tecniche, che nei Servizi di alloggio e ristorazione. Il risultato di questa profonda ricomposizione della forza lavoro è che la quota della manifat­tura sull’occupazione, misurata in unità di lavoro, si è ridotta di 3,3 punti percentuali, attestandosi nel 2024 al 14,1% del totale, mentre quella dei servizi è cresciuta in misura analoga, seppure con andamenti differenziati tra le varie componenti.

Il tutto mentre le risorse umane impiegate nel sistema economico, misurate dai Conti Nazionali, sono cresciute di circa 1,4 milioni di oc­cupati (+5,6%) e di 600mila unità di lavoro equivalenti a tempo pieno (+2,4%). Entrando più nel dettaglio, nell’Industria, nel periodo compreso tra il 2007-2024, la manifattura ha registrato un calo della propria forza lavoro del 16,9%, con una riduzio­ne concentrata nel comparto tessi­le-abbigliamento (-235 mila Ula, pari a quasi il 40% del comparto) e, anche se in misura minore, negli altri comparti tradizionali (industria del legno, della lavorazione dei minerali non me­talliferi, degli articoli di gomma e materie plasti­che) che sono più esposti alla concorrenza delle economie emergenti.

Il Rapporto dell’Istat collega questo spostamen­to a un problema strutturale della produttività italiana. Molti dei settori che hanno aumentato l’occupazione sono attività ad alta intensità di la­voro, ma con crescita della produttività modesta o addirittura negativa. La riallocazione dell’occu­pazione ha contribuito alla stagnazione della pro­duttività aggregata italiana: tra il 2007 e il 2025 la produttività per ora lavorata in Italia è cresciu­ta appena dell’1,4% (molto meno che in Spagna, Germania e Francia).

Giorgio Pogliotti

(Estratto da “Top24 Lavoro Ai”, Il Sole 24 Ore, 3 giugno 2026, in collaborazione con L’Unione Sarda)

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