Melonellum simil Porcellum (ma non troppo): cui prodest?
Priorità, metodo e legittimità di un intervento che potrebbe cambiare le regole del gioco a fine legislaturaPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Perché l’esigenza di una nuova legge elettorale? Perché cambiare le regole del gioco se anche la attuale esperienza di governo è definita in termini di stabilità dai suoi stessi protagonisti? Perché riproporre adesso, con opportuni correttivi di circostanza, dopo oltre vent’anni, il metodo, già sperimentato nell’anno 2005 con il Porcellum, di ricorrere a fine legislatura a un sistema elettorale che la maggioranza spera possa essere più confacente ai propri interessi per poter trionfare, ancora una volta, alle prossime elezioni?
Non si scomodi Lapalisse: forse, solamente perché la vittoria, tanto ambita, potrebbe non essere percepita come così certa. E forse, perché il margine di fallimento potrebbe essere troppo elevato per rischiare il tutto per tutto senza correre per tempo ai ripari. Forse. Chi può dirlo. Peraltro, non sarà forse superfluo osservare, in linea generale, che il cambiamento del sistema elettorale avviene attraverso una legge ordinaria produttiva di effetti di rilievo costituzionale: ossia di una legge che la attuale maggioranza politica può approvare, per così dire, in autonomia. I più maliziosi vorrebbero scorgere nell’operazione un segnale di importante debolezza dell’attuale maggioranza di governo che, tutto considerato, potrebbe non essere così composita e unitaria come ha sempre voluto proporsi. Del resto, di fronte ad uno scenario internazionale sempre più precario ed incerto (e soprattutto di fronte ad un alleato sempre più imprevedibile e per taluni versi inaffidabile quale Donald Trump), che non ha mancato, né manca, di riflettere i suoi effetti deteriori sul mercato interno, andando a gravare sulle tasche dei cittadini e di conseguenza sul carrello della spesa, è altamente probabile che il voto delle politiche possa registrarsi per la primavera del prossimo anno 2027, con regole circoscritte da un testo da approvare velocemente entro l’estate. Sembrerebbe che, proprio attraverso una legge elettorale si voglia far rientrare dalla finestra ciò che era già uscito dalla porta. Dicendolo diversamente e magari più chiaramente.
Il Melonellum, come è stato definito, presuppone l’obbligo, per ogni coalizione, di indicare il nominativo di colui o colei che si intenderà proporre come Presidente del Consiglio dei Ministri. Dicendolo ancora più chiaramente, non si tratterà di indicare un puro e semplice “capo” politico come in passato accadeva con il sistema elettorale definito Porcellum, ma sarà indicato proprio il candidato alla guida del Governo. Siffatto “modus procedendi”, ammesso e forse non concesso, che possa superare il vaglio di costituzionalità, non potrà che incidere in maniera determinante proprio sulla forma di governo parlamentare, modificando di fatto il procedimento di formazione del Governo con la limitazione delle prerogative in materia del Presidente della Repubblica, già condizionate dall’attribuzione del premio di maggioranza ridefinito di “governabilità”. La anomalia sembrerebbe consistere proprio nella previsione dell’obbligo giuridico di indicare, al momento della presentazione di liste o delle coalizioni, il nominativo del candidato alla carica della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ossia, la anomalia sembrerebbe consistere nella anticipazione temporale di una circostanza che dovrebbe venire in rilievo solo all’esito della conquista della maggioranza di seggi da parte delle diverse formazioni in campo. Alcune riflessioni, a questo punto, si impongono quanto meno per cercare di comprendere se, alla attualità, quella sulla legge elettorale sia una priorità per gli italiani. Tanto più allorquando, il Governo Meloni, come spesso rimarcato dalla attuale Presidente del Consiglio dei Ministri, sia nato all’esito della netta affermazione della coalizione di centro-destra alle elezioni politiche del 25 settembre 2022, configurandosi nei fatti quale prima maggioranza parlamentare emersa direttamente dalle urne dall’anno 2008. Ed ancor di più allorquando, quella stessa maggioranza parlamentare abbia fatto del consenso popolare un punto di forza. Quindi, perché modificare un sistema elettorale tutto sommato funzionale? Perché cambiare le regole della rappresentanza democratica in difetto di una reale convergenza parlamentare?
Giuseppina Di Salvatore – Avvocato, Nuoro
