Una guerra, tante incognite: l’analisi del 3 marzo 2026
Di Alessandro AresuL’operazione militare condotta dagli Stati Uniti e da Israele ha portato alla morte dell’ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema della Repubblica Islamica dell’Iran dal 1989, e di numerosi vertici militari e politici. Questo evento viene da lontano. Forse l’inizio della fase discendente di Teheran può essere individuato circa sei anni fa nell’uccisione, sempre decretata da Trump, del generale Qasem Soleimani, regista della crescita dell’influenza dell’Iran nel Medio Oriente.
Di recente, il regime iraniano, già vulnerabile e logorato sul piano economico e politico, nonché impegnato in una brutale repressione interna, ha sofferto sempre più le capacità degli Stati Uniti e di Israele di infiltrare i suoi apparati con operazioni di intelligence molto ambiziose ed efficaci.
Il Mossad, in stretta collaborazione con la CIA, è riuscito a penetrare i livelli più alti della sicurezza iraniana. Dopo aver eliminato varie figure del regime, l’intelligence americana e israeliana hanno acquisito fonti interne, con cui hanno tracciato per mesi i movimenti di Khamenei e dei suoi, analizzandone le vulnerabilità.
In questa dimostrazione di superiorità tattica, le nuove tecnologie hanno avuto un ruolo, compresa l’intelligenza artificiale. Gli Stati Uniti hanno utilizzato alcuni prodotti, tra cui Claude di Anthropic e le soluzioni di Palantir, per valutare i dati, identificare i bersagli, simulare le operazioni. Questi vari elementi, insieme alla potenza di fuoco marittima e aerea, mostrano la forza militare di cui gli Stati Uniti dispongono per colpire in modo soverchiante.
Nella decisione di Trump, oltre alla vicinanza con Israele e al contrasto con l’Iran, può aver pesato anche un calcolo globale più ampio. L’imminenza dell’incontro tra Trump e Xi Jinping, che dovrebbe tenersi tra qualche settimana a Pechino, può aver rafforzato la volontà di Washington di andare a fondo. Colpire l’Iran in questo modo significa lanciare un messaggio all’avversario sistemico degli Stati Uniti, la Cina, che è il primo partner commerciale e il primo acquirente di petrolio di Teheran. Trump vuole trattare con Xi da una posizione di maggiore forza rispetto a quella dell’anno scorso, e per questo ha colpito la sua rete di alleanze.
La situazione in Iran resta incerta, ma il cambio di regime non è una possibilità remota. Trump ha incitato i cittadini iraniani a rovesciare il sistema teocratico ma la Repubblica Islamica, pur indebolita, è una struttura istituzionale complessa, che non si fonda su una singola personalità ma su una burocrazia molto vasta. Un’incognita significativa è la reazione dei militari, che sono anch’essi più vulnerabili, ma restano una forza con una presenza capillare e ovviamente con ben altri armamenti rispetto ai dissidenti e ai manifestanti.
In questi giorni sta poi emergendo un altro elemento di incertezza: l’instabilità regionale su una scala più vasta del previsto. L’Iran, messo all’angolo, ha iniziato a colpire coi suoi missili i Paesi del Golfo che ospitano strutture militari statunitensi. L’obiettivo è quello di alzare il costo del conflitto e fare pressione, colpendo infrastrutture civili e mostrando che non esistono più oasi di stabilità nell’area. Nemmeno Dubai, che è il simbolo più noto della globalizzazione in quella regione. Tuttavia, queste azioni potrebbero essere controproducenti per Teheran: potrebbero ridurre alcune tensioni interne tra le monarchie del Golfo, come quelle tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ed avvicinare questi Paesi ancora di più ad Israele.
Un’ulteriore incognita da tenere in considerazione è la situazione interna degli Stati Uniti. La decisione della Corte Suprema sui dazi ha indebolito Trump, che deve affrontare un’opinione pubblica scettica, mentre si avvicina lo scoglio delle elezioni di midterm di novembre. L’attacco all’Iran può migliorare i rapporti con la parte repubblicana del Congresso, in gran parte anti-iraniana, ma anche incrinare una parte dei consensi nel mondo della destra più isolazionista, che ha creduto in Trump anche per abbandonare la logica delle guerre infinite di Bush. In questo scenario, anche le ripercussioni sulla politica interna degli Stati Uniti dipenderanno da quello che accadrà a Teheran nei prossimi giorni e nelle prossime settimane.
Alessandro Aresu
Consigliere scientifico di Limes