Un Mondiale divisivo: il commento del 15 giugno 2026
Di Lorenzo PirasSarebbe dovuta essere la più grande festa del calcio mai vista sul pianeta, un torneo extralarge capace di unire i popoli. Invece ci ritroviamo davanti a una polveriera geopolitica in cui il campo è quasi un dettaglio. Il fischio d’inizio della Coppa del Mondo a 48 squadre – da giovedì si sta giocando in Messico, Canada e Stati Uniti – è stato travolto da una tempesta perfetta che unisce guerriglia urbana, tensioni da Guerra Fredda, discriminazioni burocratiche e un asse politico-sportivo che divide.
Proprio nel giorno della cerimonia inaugurale, a Città del Messico l’atmosfera era surreale, a tratti spaventosa. I gas lacrimogeni si incrociavano con i cori di protesta: sfilavano anche i cortei pacifisti contro la guerra e i familiari dei desaparecidos sfruttavano i riflettori globali per urlare al mondo un dolore che non trova giustizia. Il contrasto era stridente: perché se dentro lo stadio Azteca – sì, il grande stadio di Italia-Germania 4-3 del 1970 – si celebrava lo show, con Andrea Bocelli e Shakira, all’esterno la realtà picchiava duro.
E montava la polemica sulla sicurezza. Al centro di questa tempesta c’è lo scontro totale, non ancora sul campo ma nei corridoi del potere, tra Stati Uniti e Iran. Una tensione diplomatica e militare che si taglia con il coltello, con i servizi segreti che blindano ogni singolo allenamento e le delegazioni che si guardano con aperto sospetto. Ci sarebbe un testo concordato tra Usa e Iran su Hormuz che attende la firma. Oggi la pace sembra di nuovo vicina: sarebbe un miracolo. Non poteva mancare il colpo a sorpresa.
A firmare il primo, clamoroso caso diplomatico del torneo è stata la burocrazia americana. A un arbitro somalo, Omar Artan, designato per fischiare nella competizione, è stato negato il visto dagli Stati Uniti. Il motivo? Sospetti di vicinanza ad ambienti terroristici. Il fischietto è stato respinto e rimandato indietro con il primo volo. Ma l’Uefa, per evitare un polverone dalle conseguenze imprevedibili, ha scelto la via del compromesso d’oro, mettendoci sopra una pezza politica: lo ha risarcito all’istante, promettendogli la direzione della Supercoppa europea tra Psg e Aston Villa.
E poi c’è lui, il padrone del vapore, Gianni Infantino.
Forte del suo asse d’acciaio con la Casa Bianca di Donald Trump, il presidente della Fifa si muove con la spavalderia di chi si sente intoccabile. E così, davanti ai microfoni di tutto il mondo, ha pensato bene di lanciare l’ennesima provocazione acida contro l’Italia: «Questo è il Mondiale più grande di sempre, ma forse non basta ancora. Per vedere l’Italia qualificarsi di diritto, probabilmente servirebbe un torneo a 228 squadre». Una battuta al veleno che ha incattivito gli animi a Roma.
Il pallone ha cominciato a rotolare, sì, ma la sensazione è che i gol e le giocate dei campioni saranno solo una nota a piè di pagina. È un peccato: sarà l’ultimo Mondiale per Messi e per Ronaldo, probabilmente sarà quello della consacrazione per Haaland, Mbappé, Yamal (aggiungete voi il resto della lista). Ed è un peccato non esserci, nonostante il caos.
Lorenzo Piras